Paolo Colombo

di roccia, legno e sogni

La confessione

Claudio Marangon entrò in chiesa, erano un bel po’ di anni che non vi metteva piede, e si guardò intorno alla ricerca delle – come le chiamava lui, non ricordandosi il nome corretto benché assolutamente intuitivo – postazioni in cui i preti si fanno gli affari delle altre persone.

A lui la confessione era sempre sembrata una cosa non troppo utile, anzitutto in quanto non capiva il motivo per il quale il buon Dio non avrebbe potuto perdonarlo direttamente, ma doveva farlo per interposta persona.

E la moglie aveva rinunciato al tentativo di fargli cambiare idea, dopo che l’ultima volta che l’aveva convinto a confessarsi era riuscita a fermarlo giusto in tempo, prima che lui entrasse nel confessionale (questo il vero nome delle postazioni in cui i preti si fanno gli affari delle altre persone) con un modulo per il trattamento della privacy da far firmare al sacerdote.

Eppure, quel giorno, Claudio aveva necessariamente bisogno di parlare con qualcuno e, in fin dei conti, un sacerdote gli risultava la persona più adatta allo scopo.

In fondo sua moglie, che peraltro era proprio la causa per la quale si trovava lì in quel momento, ogni volta che tornava a casa dopo essersi confessata sembrava sempre più rilassata e serena.

E, per il discorso privacy, aveva riflettuto sul fatto che, probabilmente, nel contratto da sacerdote fosse incluso un “accordo di non divulgazione” da applicarsi a tutte le informazioni ricevute durante l’orario di lavoro.

Aggirandosi per la chiesa, Claudio trovò infine due confessionali in una nicchia sul lato destro della chiesa.

Uno era vuoto, l’altro occupato.

Se ne accorse, oltre che per il mormorio che proveniva dall’interno, anche per via di una lucina rossa che indicava la presenza di un penitente.

Si sedette e attese, non troppo pazientemente, il suo turno.

Continuava ad agitarsi sulla sedia, fissando insistentemente la lucina rossa sul confessionale, esattamente come un pilota di formula uno in attesa delle fatidiche luci verdi.

Per calmarsi, chiuse gli occhi e cercò di pensare ad altro.

Quindi il mio defunto marito marito…”, dal confessionale udì la voce di una signora anziana che, per forza di cose, doveva essere la penitente.

Oh cavolo”, pensò tra sé Claudio, che non aveva alcuna intenzione di esser messo a parte degli “affari” della signora.

Si sforzò quindi di pensare ad altro, ma, suo malgrado, si accorse che più si sforzava di non farvi caso e più si sentivano distintamente le parole provenire dall’interno del confessionale.

Stava per alzarsi ed uscire quando, fortunatamente, udì le caratteristiche frasi di rito del sacerdote “E io ti assolvo dai tuoi peccati, etc etc…”.

Claudio si sedette nuovamente e riprese quindi a concentrarsi sulla lucina rossa.

Ci vollero un altro paio di minuti buoni prima che la signora, che doveva essere ad occhio e croce sui novant’anni, uscisse dal confessionale, rivolgendogli un cenno di saluto accompagnato da un sorriso a tre denti.

Beh, quantomeno sembrava essere sollevata”, pensò Claudio, “forse ho fatto bene a venire in chiesa”.

Attese che la lucina diventasse verde, al ché si precipitò nel confessionale.

Entrando, vide, con suo grande disappunto, che era presente un vetro di plexiglass al posto della cara vecchia grata, che aveva sempre apprezzato in quanto garantiva un certo qual grado di sicurezza ed anonimato.

Attraverso il plexiglass vide un prete anziano, in veste nera, con indosso sopra di essa un vecchio pile ed un piumino.

Claudio in effetti era entrato in chiesa tutto trafelato ed era quindi probabilmente ancora un po’ accaldato, mentre il sacerdote era lì fermo seduto da quanto tempo?

Il tempo, ecco l’altra ragione che l’aveva condotto lì.

“Buonasera”, disse lentamente il sacerdote mentre si massaggiava gli occhi con le mani rugose.

“Buonasera”, rispose Claudio in imbarazzo.

Vide che in un angolo del piccolo confessionale c’era una piccola seggiola di vimini, ma prima di sedersi, si accorse anche di un minuscolo inginocchiatoio e quindi, con molta difficoltà – essendo quasi due metri per novantacinque chili – si inginocchiò dicendo:

“Perdonatemi padre, perché sono caduto”.

L’anziano sacerdote si sporse lentamente verso il plexiglass.

“Vi siete fatto male?”, domandò.

“Come?”, rispose Claudio.

“Ho chiesto se vi siete fatto male”.

“No, perché?”.

“Avete detto di essere caduto”.

Ci fu un attimo di silenzio, dopodiché Claudio si rese conto del malinteso.

“Ah, no padre, perdonatemi, o meglio, scusatemi, ma mia moglie dice sempre che il peccato è come una caduta nel corso del cammino della vita e pensavo fosse il modo giusto per cominciare la confessione”.

“L’idea era buona”, disse sorridendo il prete, “ma si dice ‘perdonami, padre, perché ho peccato‘.

“Ah ecco! Sì questa la sapevo, ma pensavo che, siccome la dicono sempre nei film, non fosse proprio corretta nella forma, è per questo che ho preferito optare per la caduta”.

L’anziano sacerdote tornò ad appoggiarsi allo schienale della seggiola e, sempre sorridendo, disse:

“Non ti confessi spesso, ragazzo mio, dico bene?”.

“Eh, ha ragione padre, l’ultima volta sarà stata per il matrimonio, o forse mi sono confessato anche al primo Natale da sposati, così per dimostrare buona volontà a mia moglie. Quindi, insomma, non è che sappia bene cosa fare e come dire le cose”.

“Tranquillo, ragazzo, comincia tirandoti su e sedendoti su quella seggiola, così sarai un poco più comodo. E poi raccontami con calma perché hai sentito il bisogno di venire qui quest’oggi”.

Claudio, con lo sguardo basso, si sistemò più volte sulla sedia, poi cominciò a raccontare.

“Vedete, padre, oggi ho sbottato pesantemente con mia moglie”.

“Che avete fatto?”.

“Ho sbottato… mi sono arrabbiato parecchio con mia moglie. Però ora penso di essere stato troppo ingiusto, o meglio, non lo so e quindi non mi sento per nulla tranquillo ed ho sentito il bisogno di confrontarmi con qualcuno”.

“Va bene”, disse il sacerdote, “succede ed è normale che tra marito e moglie ci siano momenti di… vivaci scambi di opinione, diciamo. Però poi, se ci si vuol bene, e voi vi siete promessi di volervene sempre, ci si confronta e si passa oltre. Da quanto tempo siete sposati?”.

“Sono quasi cinque anni padre”.

“Ecco e saranno capitate altre discussioni in questi anni, suppongo, no?”.

“Sì padre, ma… a preoccuparmi è forse – e soprattutto – il motivo del nostro litigio”.

“Che sarebbe?”.

“I maghi, padre”.

L’anziano sacerdote si fece improvvisamente serio e si sistemò sulla sedia.

“Maghi, avete detto?”.

“Sì padre. Maghi, fattucchiere, stregoni, chiamateli come volete”, rispose Claudio, “lei li consulta ogni giorno”.

“Ogni giorno?”.

“Sì, ogni giorno. Si alza al mattino e mentre fa colazione li consulta sul cellulare. Alla televisione guarda sempre quelle previsioni che fanno durante i programmi, anche sul servizio pubblico, una cosa indegna. E poi legge sempre quelle sui giornali”.

“E voi, fortunatamente, non condividete questo suo atteggiamento”.

“Ma naturalmente non lo condivido. Io sono un biochimico, e sto prendendo una seconda laurea in informatica. Mio padre è un fisico, mio nonno è stato un geografo ed esploratore ed aveva persino accompagnato padre De Agostini durante uno dei suoi viaggi in Patagonia”.

“Addirittura”, disse il padre, sinceramente ammirato.

“Sì, e questo per dire che, per la mia famiglia, la misura del mondo è stata – ed è – un dovere ed una cosa tremendamente seria”.

“Ah lo so bene. Pure io, prima di entrare in seminario, mi sono occupato della medesima cosa. E posso comprendere il vostro rammarico per l’atteggiamento di vostra moglie”.

“No, non potete capire. Vederla sempre lì, a pendere dalle labbra e a dipendere dalle parole di quei ciarlatani, è una cosa che mi manda su tutte le furie. Impostare le proprie giornate in funzione delle parole di qualcun altro. È una cosa veramente triste. Ed io non so più come aiutarla. Voi cosa pensate in proposito? La chiesa che dice?”.

“La chiesa condanna la magia e la stregoneria, in quanto la fiducia nel buon Dio è sufficiente a permetterci di affrontare il futuro”.

“Ecco, vede? Ma a quanto pare per lei non è sufficiente ed oggi ci siamo dovuti fare quasi duecento chilometri per venire fin qui in Liguria per niente! Ed io che a casa avrei avuto un sacco di lavoro da fare per terminare un articolo che devo sottoporre a breve per una pubblicazione. Ed è sempre così, ogni weekend. Sente il parere di un mago e noi saltiamo su in macchina e partiamo. Como, Arenzano, Lecco, Biella, Rimini, Cervia. Noi saliamo in macchina e partiamo verso la destinazione indicata dal mago o dalla fattucchiera di turno”.

Il vecchio sacerdote aggrottò la fronte, si sistemò nuovamente sulla seggiola e domandò:

“E perché un mago avrebbe detto a tua moglie di venire da… di dove siete?”.

“Chiasso. Sopra Como”.

“Da Chiasso Sopracomo, siete dovuti venire in Liguria?”.

“Per il vento”, rispose lapidario – e con una punta di disprezzo – Claudio.

Il prelato si sistemò per l’ennesima volta sulla sedia.

“Non ho capito bene”, disse, “un mago le ha detto di venire in Liguria per il… vento? Ma per quale assurda ragione?”.

“Mia moglie è un’aquilonista. Adora gli aquiloni fin da quando era bambina e fa parte di un gruppo amatoriale di aquilonisti. Sono tutti dilettanti, ma quando i loro aquiloni sono in volo è uno spettacolo per gli occhi e per il cuore”.

Il prete lo fissò intensamente.

“Sì, anch’io apprezzo moltissimo chi sa far danzare in aria gli aquiloni, ma non capisco perché rivolgersi ad un mago per chiedere del vento. Non poteva sentire le previsioni del tempo di un meteorologo?”.

“Ma proprio quelle ha sentito! La previsione di un meteorolomago, come li chiamo io”.

Il prete rimase un attimo di stucco, dopodiché ribatté:

“Ma, perdonami figliolo, mi pare ci sia una bella differenza tra le previsioni del tempo e gli oroscopi dei maghi”.

“Per quel che mi riguarda assolutamente no. Per me la meteorologia non è una scienza, e a dimostrarlo è il fatto che non c’azzeccano sempre. Quanti viaggi, compreso quello di oggi, perché le previsioni danno ‘venti dai 15 ai 20 km/h‘ e poi, una volta arrivati, non si muove neanche una foglia!”.

Il prelato fissò Claudio con un’espressione di estremo disappunto.

“Prima di tutto”, disse, “la meteorologia è una scienza. Anzi, la si può intendere come la sintesi di alcune delle più deterministiche delle scienze esistenti: la matematica e la fisica. Che vengono utilizzate nello studio dell’atmosfera, applicandole all’aria e ai suoi movimenti e agli scambi di energia. Il fatto che ‘non c’azzecchi‘ quasi mai è dovuto alla complessità e dalla difficoltà di misurare le caratteristiche dell’atmosfera su tutta la superficie terrestre, compresi gli oceani e le superfici disabitate. Senza contare il fatto che lo spessore dell’atmosfera è di una trentina di chilometri. Inoltre, non abbiamo – e probabilmente non avremo mai – abbastanza potenza di calcolo per poter applicare le leggi fisiche a tutte le molecole d’aria e studiarne le dinamiche”.

Claudio rimase di stucco, immobile quasi a bocca aperta sulla fragile seggiola di vimini.

“Scusi”, disse, “ma lei…”.

“Sono sempre stato affascinato dalla meteorologia. Da ragazzo stavo persino per studiarla a livello accademico, ma poi il buon Dio ha voluto che mi interessassi dei Cieli in un’altra veste professionale. Ma la passione è rimasta. Uscendo dalla chiesa, dia un’occhiata sulla destra del piazzale: troverà una piccola centralina. È la stazione meteo che ho fatto installare io. Fa parte della rete di stazioni che forniscono dati per le previsioni su Liguria e parte della Toscana. E i dati, ti assicuro, sono tanti”.

“Io…”, mormorò Claudio.

“Tu dovresti essere fiero di tua moglie, che insegue il vento per inseguire la sua passione. Veder volare un’aquilone riscalda il cuore, l’hai detto te, ed io credo che sia una sacrosanta verità. Perché come ogni forma d’arte ci dona qualcosa che può renderci migliori. Perché ogni volta che una persona si emoziona, ha la possibilità di diventare una persona migliore. Ed il mondo, è fatto di persone”.

“Io”… balbettò Claudio.

“Dovresti ringraziare tua moglie, che così facendo, ogni fine settimana ti porta a fare dei bei giri, anche se poi non trovate vento, permettendoti di staccare un po’ la testa dal lavoro e dedicarti anche alla famiglia. Il lavoro e le pubblicazioni sono importanti, ma la famiglia lo è ancora di più”.

“Io… mi scusi. Non… avevo idea”.

“Ti perdono figliolo, ti perdono”, disse sorridendo nuovamente l’anziano prelato. E ora vai, che la moglie sarà in pensiero e ti starà aspettando”.

Claudio, si alzò lentamente dalla seggiola. Stava uscendo dal confessionale, quando sentì il sacerdote.

“E domani, ricordati di prendere l’ombrello, che deve piovere”.

Claudio si voltò abbozzando un sorriso.

“Lo sa da uno dei suoi modelli?”.

“No”, rispose il prete facendogli l’occhiolino, “ho una certa età io, quando cambia il tempo mi fanno male le ossa”.

Falco delle Chiuse

Anno 1357.

Di primo mattino Fulvio, detto Falco – per via del naso adunco – stava dirigendosi svogliatamente verso i campi ove l’attendeva una lunga giornata di lavoro.

Si sentiva terribilmente sprecato in quell’attività meramente manuale, a discapito dell’incredibile talento per le invenzioni che, invece, era consapevole di possedere.

Si divertiva dilettandosi nell’ideazione e nella realizzazione di piccoli marchingegni dalla discutibile utilità, ma che era convinto che, un giorno, gli avrebbero garantito fama imperitura e l’elevazione ad un ceto sociale degno di riguardo.

Alla sua finezza di pensiero si doveva, ad esempio, la fabbricazione dei primi zoccoli su ruote, che (idealmente) avrebbero permesso alle persone di muoversi con maggiore rapidità all’interno dei villaggi.

Ma le vie lastricate e fangose delle piccole cittadine non erano minimamente paragonabili al liscio tavolo in legno ove il prototipo era stato testato.

Sul primo le ruote scivolavano come su di uno strato di ghiaccio, mentre per strada erano perennemente impantanate o si incastravano tra i ciottoli del selciato facendo ribaltare la prodiga cavia degli esperimenti del giovane Fulvio.

L’unica invenzione (delle oltre centoventisette che aveva fino a quel momento realizzato) che pareva aver avuto un discreto successo ed una buona applicazione erano le chiuse per i canali dei campi per gestire il flusso dell’acqua che vi scorreva.

In realtà le chiuse erano già da tempo impiegate in agricoltura, quello che Fulvio aveva fatto era migliorare il sistema di blocco quando aperta.

Quella piccola miglioria e, soprattutto, i complimenti che ne erano seguiti, avevano aumentato esponenzialmente l’autostima del giovane, il quale da quel momento non faceva altro che pensare a come risalire la fatidica scala sociale, che il destino, o la volontà del Signore, aveva imposto come ordinamento sociale inamovibile.

“Nulla me ne voglia il buon Dio”, ripeteva ogni volta Fulvio al suo confessore, “e ben me ne guardi io dall’assecondare tali pensieri solo per gloria mia” – aggiungeva con una spolverata di ipocrisia – “ma se il buon Dio, come si dice nei santi Vangeli, ha donato a ciascuno dei talenti col comando di farli fruttare, se io non lo facessi coi miei risulterei peccatore agli occhi Suoi. Dunque, io cerco di farlo per amore del Signore, quello che poi verrà di conseguenza, sarà sempre e solo per la Sua maggiore gloria”.

Il confessore, come ogni volta, si vedeva costretto a cedere dinanzi al ragionamento del giovane, pertanto, oltre a rammentargli che il Signore invita anche all’umiltà di cuore, sviava poi la discussione verso altri lidi, dove sapeva di avere più frecce nella faretra da usare contro il ragazzo per rimetterlo al suo posto.

“Ma non è che cerchi di invertire l’ordine costituito solo perché desideri, brami, ricerchi, le attenzioni di qualche nobile damigella?”, domandò con arguzia.

“Chi io?”, ribatteva Fulvio con finto sdegno, “mai e poi mai avrei pensieri di tal natura nei confronti di qualsivoglia damigella!”.

Il confessore lo osservò sornione.

“Neanche se la damigella in questione fosse Marina Della Rocca?”.

Il viso di Fulvio divampò in una frazione di secondo.

Balbettò per un minuto buono prima di ribattere al prelato.

“Padre, le vostre parole sono quantomeno inopportune”, disse, “io non potrei mai avere tali intenzioni nei riguardi di un simile angelo”.

“Ah, l’amor cortese”, sospirò il prete con un ghigno, “quello che vi porta a vedere come angeliche le figure femminili per voi inarrivabili, ma che poi, nei fatti, vi prodigare di ghermire a scapito di andare contro il vostro vassallo”.

“E’ un valvassore”, ribadì Fulvio.

“Chi?”.

“Il padre di Marina, Leonardo Della Rocca, è un valvassore”.

“No, vi sbagliate. È un vassallo”.

“No, lui è il vassallo del vassallo, ossia un valvassore. Mi sono informato bene ed ho fatto i conti, non mi permetterei mai di andare contro il mio vassallo. Ma con Leonardo della Rocca posso permettermi di imbastire una disfida di ceto. D’altronde è solo il vassallo del vassallo”.

“E come pensare di riuscire nel vostro intento?”, domandò il prelato.

“Non lo so ancora”, rispose il giovane, “ma forse sarà proprio il buon Dio ad indicarmi la giusta via”.

Nei giorni seguenti, se non direttamente il buon Dio, fu una delle Sue creature a fornire un appiglio al giovane Fulvio per cominciare la sua scalata sociale.

Uno Streptococcus mutans aveva infatti cominciato a colonizzare la placca dentale di Leonardo Della Rocca.

Grida lancinanti cominciarono ad udirsi ad ogni ora del dì e della notte dalle mura del palazzo dei Della Rocca quando i batteri avevano infine raggiunto il nervo del dente cariato.

A nulla erano valsi i tentativi dei monaci e dei barbieri di rimuovere il dente incriminato, in quanto Leonardo Della Rocca, ogni volta che cercavano di aprirgli la bocca per esaminarlo, la serrava immediatamente con uno schiocco secco che faceva ritrarre a tutti le dita dalle fauci del valvassore.

Il dente, peraltro, era posizionato in fondo al palato in un punto molto difficile da raggiungere e nessuno osava introdurre così in profondità le dita per cercare di rimuoverlo.

Non dopo che Giovanni Mercali, barbiere, vi aveva quasi rimesso un indice per non essere stato sufficientemente rapido nel ritrarlo.

Ma un mattino Fulvio incrociò dopo messa la figlia del valvassore.

“Marina”, disse togliendosi il copricapo, “ditemi, come sta vostro padre? Sua grazia ha trovato un po’ di sollievo dalla visita di messer Giacomo?”.

La giovane scosse il capo sconsolata.

“Ahimè no. Messer Giacomo si è prodigato nell’intento di rimuovere il dente utilizzando una pinza per evitare di introdurre direttamente le mani tra i denti di mio padre. Ma non è sufficientemente abile nell’adoperarle e sua Signoria continua a serrare la bocca impedendogli di vedere in che modo va operando. Tutto ciò è terribile in quanto mio padre sta soffrendo sempre più ogni giorno che passa”.

La ragazza sospirò.

“Magari uno di quei barbieri avesse la vostra abilità nel maneggiar strumenti. A palazzo hanno provato a narrare delle vostre qualità. Di come quelle vostre invenzioni, le chiuse, hanno permesso di migliorare l’irrigazione dei campi”.

“In verità io ho solo… beh ecco insomma… Sì, mi è venuta in mente così ecco. Come sempre succede con le mie ideazioni”.

La coscienza di Fulvio si vendicò di quella – seppur piccola – menzogna, facendo improvvisamente avvampare il viso del giovane.

“Oh, come siete modesto”, disse la ragazza estasiata, “arrossite per l’imbarazzo del mio complimento. Dovrei trarre esempio dalla vostra umiltà”.

“Beh… insomma”, farfugliò Fulvio.

“Se voi aveste l’intuizione di inventare dei marchingegni per aiutare il mio povero padre, io intercederei in vostro favore per farvi tentare, nonostante non siate un barbiere né tanto meno un monaco”.

Fulvio rimase folgorato da quelle ultime parole.

Davanti a lui non vide un’occasione, no, quella non era solamente un’opportunità, quella era la volontà di Dio.

A nulla importava il fatto che Essa stesse agendo per mezzo di un batterio, d’altro canto a quel tempo non sospettavano neppure dell’esistenza dei batteri, al che quindi restava solamente la volontà divina.

Mentre osservava Marina Della Rocca allontanarsi, nella testa di Fulvio andava via via prendendo forma… un piano.

Il mattino seguente era quel mattino del 1357 in cui Fulvio stava recandosi a lavorare nei campi.

In testa aveva ben chiaro come modificare una delle sue pinze per permetterle di avere una maggior presa sul dente per poterlo poi estrarre, ma rimaneva il problema di come tenere la bocca aperta di Sua Signoria mentre lavorava con la pinza.

Era arrivato nel campo fangoso quando udì la voce del padre che lo chiamava poco distante.
“Fulvio! Fulvio! Svegliati che qui dopo le piogge della scorsa notte si allaga tutto! Vai ad aprire la chiusa svelto”.

Fulvio si avviò di buona lena verso la chiusa e l’aprì in modo da far defluire l’acqua.

“Bravo ragazzo”, gridò nuovamente il padre, “tienila aperta finché te lo dico io”.

Fulvio rimase di stucco.

Tienila aperta.

Fissò la chiusa.

Poi fissò il padre.

Poi corse via.

“Ma dove vai, bestia!”, urlo il padre, “quando torno a casa vedrai, anzi sentirai quanto te ne darò!”.

Chiudendosi a chiave nel piccolo capanno degli attrezzi, Fulvio lavorò incessantemente per tutto il giorno e per tutta la notte, finché, alle prime luci dell’alba, uscì per dirigersi verso Palazzo Della Rocca.

“Non permetterò di certo ad un bifolco come voi di entrare”, disse il guardiano.

“Ma io posso aiutare Sua Signoria!”, protestò Fulvio.

“Cos’è tutto questo fracasso? Mio padre non riposa da giorni e voi fate tutto questo baccano?”.

“Madama Marina”, si giustificò il guardiano, “cercavo solamente di far allontanare questo villano”.

“Ma io lo conosco! Voi siete Falco, l’inventore. Fatelo passare, è mio ospite”.

“Ma… madama!”.

“Niente ma, ve lo comando”.

La damigella fece strada al giovane per le scale e i corridoi del palazzo fino alle stanze del valvassore.

“Padre”, disse piano rivolgendosi al genitore, “vi è qui un giovane di fine intelletto, che dice di potervi essere d’aiuto. Il suo nome è… Falco”.

Si voltò poi verso il giovane.

“Ma vi chiamate… Falco?”.

“In realtà sarebbe Fulvio, ma… fa lo stesso. È per via del naso”.

“Un villano che mette le mani su Sua Signoria?”, protestò indignata la madre della ragazza.

“Lascia, lascia fare”, gridò dolorante Leonardo Della Rocca, “non me ne importa nulla, basta che si ponga termine a quest’agonia. Chiunque, ripeto, chiunque riuscirà a placare questa mia sofferenza, verrà da me nominato Valvassino e ricoperto d’oro”.

“Marito… non è che abbiamo tutto quest’oro”.

“Verrà nominato Valvassino”, rettificò il nobile.

Al giovane Fulvio quella promessa bastava ed avanzava, quindi, preso il coraggio a due mani, si avvicinò al capezzale.

“Vostra Signoria”, disse tirando fuori uno strumento dalla borsa, “vi prego di aprire un momento la bocca”.

Poco dopo stava preparando la pinza mentre tutti osservavano incuriositi il marchingegno che aveva messo in bocca al valvassore.

“Che diavoleria è questa?”, domandò la moglie.

“Questa, mia signora”, rispose Fulvio, “è una chiusa”.

“Come quelle che usate nei campi?”, chiese Marina.

“Precisamente, ma più piccola. L’ho adattata per tenere aperta la bocca di un uomo. Per tenerla aperta con la possibilità di… divaricarla anche un poco per poter lavorare comodamente con questa pinza che ho modificato all’uopo”.

Qualche settimana dopo era terminata la cerimonia di nomina.

Fulvio, detto Falco, era stato nominato valvassino.

Una volta rincasato si sedette a tavola e, con tono altezzoso, comandò alla madre di servire il pranzo.

“Ué nobiluomo”, intervenne il padre, “sarai anche diventato il vassallo del vassallo del vassallo, ma di soldi in più in casa non è che ne vedo né! E, quindi, come la mettiamo?”.

Il giovane sorrise, si versò un bicchiere di vino, e rispose.

“La mettiamo che… un valvassino può domandare la mano della figlia di un valvassore. E dopo che ho lenito le sofferenze del padre, permettendo peraltro a tutta la famiglia di poter tornare a dormire la notte senza tutte quelle grida, penso di poter ambire a chiedere la mano della giovane Martina Della Rocca. E per i soldi… insomma, la voce si è sparsa dopo l’intervento a Sua Signoria ed ho già ricevuto molte richieste da parte di notai e mercanti, alcuni dei quali mi hanno finanche elargito un lauto anticipo”.

E fece saltellare le monete nei sacchetto appeso alla cintola.

“Hai quindi intenzione di diventare un barbiere?”, domandò il padre.

“No, non un barbiere. Ho dato prova d’esser meglio di un barbiere. No, io mi occuperò esclusivamente dei denti. Inventerò una nuova mansione ed io sarò un… mi chiamerò…”.

Rifletté un momento, poi sorrise nuovamente, vuotò il bicchiere e lo posò sul tavolo.

“Sarò un dentaio!”, esclamò soddisfatto.

Il racconto è naturalmente un’opera di fantasia, pertanto non me ne vogliano storici e dentisti per le inesattezze che potrebbero aver trovato nel testo. Nel medioevo non si mettevano delle chiuse in miniatura in bocca alle persone, anche se è un pensiero che mi ha fatto sorridere e che mi sono divertito a sviluppare nella stesura di questa storia. Corrisponde, invece, a verità il fatto che la pratica odontoiatrica fosse in capo a barbieri e monaci. Spero che la lettura di questo racconto vi abbia regalato qualche momento di divertimento, quanto a me nello scriverlo. Alla prossima!

Il Fantasma tra le fronde

ncdjsk è un fantasma.

O, meglio, era un fantasma, dato che lo stato di realtà in cui si trova in questo momento lo ha portato ad avere una consistenza più simile a quella di un lenzuolo.

Un lenzuolo incastrato tra le fronde di un albero spoglio.

Una situazione decisamente deprecabile.

ncdjsk non ha colpa alcuna a tal proposito, anzi, per dirla tutta, non ha neppure coscienza di quanto gli sta capitando.

ncdjsk, infatti, non possiede una volontà propria, da qui il nome totalmente causale, ma è fatto di volontà.

La volontà delle persone a credere alla sua esistenza.

La gente non lo sa, ma la realtà in cui viviamo è, di fatto, frutto di quanto essa stessa crede.

Più persone credono nella stessa cosa e più questa assume una consistenza di realtà.

Prendiamo la Terra ad esempio: la Terra potrebbe avere una forma qualunque.

È sferica solamente perché la maggior parte delle persone crede che lo sia.

Però un certo numero di individui è convinta del contrario, ovvero che sia piatta.

Da qui i terremoti.

I terremoti sono semplicemente il frutto dell’indecisione della Terra, che è sferica, ma ogni tanto tende ad appiattirsi e questi movimenti le causano delle rotture.

Non siete convinti?

Uhm… vediamo… la pace è un altro esempio.

La pace non esiste perché non tutti sul pianeta ci vogliono credere.

Ogni tanto ci si avvicina, ma poi qualcuno cambia idea ed allora essa perde il suo stato di realtà e diviene meno nitida.

Ma torniamo a ncdjsk.

ncdjsk ha assunto consistenza una notte di Halloween.

C’erano tanti bambini, tutti travestiti per fare dolcetto o scherzetto tra le case del quartiere, mentre nella piazzetta a fianco un gruppo stava suonando musica dal vivo.

C’era un buon impianto luci e le coreografie luminose erano davvero vivaci.

Ad un tratto un fascio di luce illuminò di striscio un albero vicino al quale si era radunato un folto numero di bambini.

Un paio di questi videro il bagliore e immediatamente gridarono “è un fantasma! Un fantasma! L’avete visto?”.

Inizialmente gli altri bambini risposero di non aver visto nulla, ma poi un secondo bagliore, sempre dovuto al concerto, attraversò le fronde dell’albero.

A quel punto anche gli altri ragazzini gridarono “sì, l’abbiamo visto anche noi! È un fantasma, è proprio un fantasma!”.

E fu grazie a questa concentrazione di credulità che ncdjsk cominciò a prendere forma.

Dapprima era trasparente, o meglio, era anch’esso simile ad un fascio luminoso tra le fronte.

Ma poi, più ci pensavano, più i bambini si convincevano della sua esistenza e, di conseguenza, anche ncdjsk diveniva sempre più nitido.

Il problema è che nessuno ha mai visto un fantasma, quindi i ragazzi dovevano attingere alla loro esperienza, dovevano ricorrere al reale per dare forma alla realtà.

E tutti i bambini pensarono quindi al piccolo Simone, vestito col vecchio lenzuolo bianco sgualcito con due buchi per gli occhi.

Tra le fronde dell’albero ncdjsk divenne quindi sempre più reale, ma sempre più simile ad un lenzuolo, raggiungendo in breve tempo una consistenza di materia tale da farlo rimanere impigliato tra i rami spogli del decrepito albero.

La notte passò, i bambini raccontarono ai genitori di aver visto un fantasma e poi, sotto le coperte, ancora pensavano al fantasma tra le fronde.

Questi pensieri li accompagnarono nel sonno e ciò permise a ncdjsk di rimanere ancorato al reale, nel suo caso, impigliato tra i rami di un albero.

Il mattino seguente molti bambini tornarono a vedere il fantasma accompagnati dai genitori, i quali spiegarono loro che si trattava solamente di un pezzo di stoffa.

I ragazzini naturalmente si convinsero delle parole dei genitori e ncdjsk rimase di conseguenza impigliato sull’albero.

Prima o poi la sua consistenza sarebbe venuta meno se non fosse stato per il fatto che i passanti, passeggiando sul marciapiede sotto l’albero, ogni volta commentassero dicendo “è ancora lì il lenzuolo?”.

E ncdjsk si rafforzava nel suo stato di materia tessile.

Ed ora ncdjsk si trova ancora tra quei rami, ma non è rassegnato, in quanto non ha volontà.

Ciò che gli resta da fare, se così si può dire, è affidarsi al reale, ovvero lasciare che il suo stato di realtà venga degradato dalla realtà stessa.

Quindi approssimativamente in dieci mesi.

A meno che il lenzuolo del piccolo Simone non fosse stato sintetico, in tal caso anche 30 – 40 anni.

Il surfista

“Ma che diavolo sta facendo?”.

“Chi?”.

“Quel tipo là in acqua, quello col costume verde”.

“Quello in piedi in quella posa ridicola?”.

“Eh, proprio lui. Sono venti minuti che è lì in posa come fosse su una tavola da surf, immobile, con gli occhialini e l’acqua che gli arriva alla cintola. Arriva l’onda, lo fa indietreggiare di qualche centimetro e lui torna nella posizione di prima. Arriva l’onda, lo trascina a riva e lui, tic-tic-tic, zampetta per tornare nel punto in cui si trovava”.

“Boh, sarà mica a posto. Comunque oggi il mare è proprio mosso”.

“E’ mosso sì, vacca rana. Io che pensavo di riuscire a fare un po’ di snorkeling. In questa baia ci sono dei pesci veramente interessanti”.

“Eh, ho visto che sei scammellato tutto il nécessaire. Che pesci ci sono?”.

“Non so come si chiamano. Sono piccoli e argentei e si muovono in banchi di circa una ventina di esemplari. Sono tipici di questa zona protetta”.

“Interessante. Ah, guarda il tuo amico, il surfista senza tavola, ogni tanto tenta di immergersi”.

“Sì, sì. Poi torna su nella posizione di prima e sfida fiero le onde”.

“Ah, ah ah, sfida le onde con lo sguardo, come un vero surfista. Peccato che abbia dimenticato a casa la tavola”.

“Oh, poi magari ha davvero dimenticato a casa la tavola e si sta allenando senza. Magari è un surfista professionista”.

“Secondo me è solo mica finito. Guardalo, è un pesce fuor d’acqua. Arriva un’onda più grossa e lo porta via. Guarda, eccola che arriva! Una bella ondona e… ah ah ah, spazzato via! Guarda, ha pure bevuto! Te l’ho detto, è un pesce fuor d’acqua”.

“Eppure guardalo, tic-tic-tic, torna al punto di prima”.

“Un vero lupo di mare”.

“Ah ah, sì però è strano, è come si trascinasse i piedi, senza staccarli dal fondale”.

“Si tiene ancorato, ha paura che il mare lo porti via. Ma senti un po’, niente snorkeling allora?”.

“No. Con questo mare non si vedrà niente. Ogni onda tira su sabbia e non si vede il fondo. È inutile sporcare la maschera per niente. Me ne starò qui a leggere”.

“Anch’io ho portato da leggere. Voglio starmene tranquillo e rilassato a finire il libro senza caos intorno. C’è voluto un po’ ad arrivarci a piedi, ma almeno, a parte il surfista e pochi altri, non c’è praticamente nessuno”.

“Sì, te l’ho detto. Appena ho letto su quel sito che questa è una baia piccola, non servita e difficilmente raggiungibile, se non con una lunga camminata a piedi, ho capito che faceva per noi”.

“Già, d’altronde si va in ferie una volta l’anno e per una volta che non ho intorno gente che rompe di continuo, come in ufficio, me la voglio proprio godere”.

“Parole sante”.

“Oh, il surfista? È sparito?”.

“No, eccolo lì che riemerge. Chissà che diavolo sta facendo”.

Mentre i due amici si interrogavano sul suo bizzarro comportamento, Carlo era impegnato in una vera e propria lotta contro gli elementi.

Anzi, un elemento, che per altro, non era neppure il suo.

Il suo rapporto con l’acqua affondava – letteralmente – le radici nel corso di nuoto fatto in quinta elementare.

L’istruttore li aveva fatti tuffare per recuperare un oggetto sul fondo della vasca, ma quando toccò a Carlo, fu proprio lui ad essere recuperato sul fondo.

Non era un nuotatore provetto, insomma, ma quel giorno si era volontariamente recato in quella caletta sconosciuta perché era l’unica ad avere un fondale roccioso con un particolare tipo di sedimento, introvabile nel resto del territorio delle Balerari.

Carlo, geologo, aveva una passione per le rocce.

Montagne e grotte non avevano segreti per lui.

E, col suo entusiasmo, contagiava anche chi gli stava intorno.

Memorabile il giorno in cui la sua fidanzata, durante una vacanza, si trovò recapitato un pacco in camera.

Eccitatissima, lo aprì con foga, aspettandosi un vestito dal suo innamorato.

Potete quindi immaginare il suo “stupore” quando si ritrovò tra le mani una tuta da speleologia.

“Ho visto un buco nel terreno qui dietro l’albergo”, le disse Carlo ammiccando.

“Nel quale viveva un hobbit…”, risposte sarcastica la fidanzata.

Ad ogni modo, tornando alla nostra storia, l’entusiasta Carlo aveva saputo di quel sedimento e voleva assolutamente prelevare un campione per la sua collezione.

Il problema era che quel particolare strato roccioso si trovava a circa dieci metri dalla spiaggia. Non un grosso problema alle Baleari, dove il mare è poco profondo per decine e decine di metri, ma quel giorno particolare soffiava un vento fortissimo e le onde erano veramente impetuose.

Dannazione”, pensò Carlo, “oggi è l’ultimo giorno utile per recuperare un campione e io non riesco ad immergermi. Dannazione, dopo tutto l’esercizio di ieri!”.

Il giovane geologo aveva passato tutto il giorno precedente nella parte con acqua bassa di una piscina, dove si era esercitato ad immergersi per recuperare oggetti sul fondale, in modo da essere pronto per prelevare il suo campione e, in fondo in fondo, riscattare anche sé stesso dalla magra figura fatta in quinta elementare.

Intendiamoci, per “immergersi”, stiamo parlando di una profondità di 110 cm, che però per Carlo era già ragguardevole.

Infilare la testa sott’acqua, insomma, era di per sé una conquista.

Dopo ore di prove era riuscito ad acquisire una certa abilità: riusciva a tuffarsi (da fermo), spingersi con le gambe sul fondo, recuperare una moneta con le mani e tornare in superficie.

Si era preparato meticolosamente, insomma, ma non aveva fatto i conti con il mare mosso.

Le onde gli impedivano di stare sott’acqua.

Ogni ondata, oltre a spostarlo dalla sua posizione, smuoveva sabbia dal fondale, impedendogli quindi di ritrovare immediatamente il punto in cui affiorava il sedimento.

Era una lotta impari, uomo contro il mare, ma mentre il mare “era” il suo elemento, Carlo era un pesce fuor d’acqua.

Dannazione”, pensò nuovamente, “non mi resta molto tempo, tra poco dovrò rientrare in albergo. Ma come faccio a prendere un sasso se non vedo niente? Va beh, a mali estremi, estremi rimedi!”.

Il giovane si era dapprima imposto di recuperare il suo campione immergendosi come aveva provato e riprovato il dì seguente, riscattando così il suo onore oltre che il suo premio.

Ma, di fronte alla furia del mare, decise di adottare un’altra strategia.

Bene”, pensò, “se non posso vedere, posso pur sempre ‘toccare’”.

In quel frangente Carlo scavò quindi dentro sé stesso, ritrovando, sepolto nel profondo, il primate ancora presente in lui.

Chiuse le dita dei piedi sulla sabbia, in modo da rimanervi aggrappato.

Ma la prima ondata gli fece capire che era una mossa inutile, anzi, controproducente, in quanto smuoveva ancora più sabbia.

Impossibilitato a vedere il fondale cominciò a tastarlo col piede destro, mentre col sinistro si bilanciava, assumendo quella caratteristica posa da “surfista” che aveva attirato l’attenzione dei due amici sulla spiaggia.

La sua lotta con il mare durò circa mezz’ora.

Mezz’ora in cui lui raggiungeva il piccolo affioramento roccioso che gli interessava, vi si aggrappava con un piede, tastando poi intorno in cerca di rocce o sassi da prelevare.

Poi arrivava un’onda, lo ributtava indietro e ricominciava la scena.

Alla fine però la fortuna (o il mare) volle premiare la tenacia di Carlo.

Col piede destro afferrò un sasso, alzò la gamba e lo prese nella mano sinistra.

Mentre era su una gamba sola, un’ondata lo proiettò a riva.

Riemerse dai flutti come un eroe antico, ma sputando acqua e tossendo come un fumatore incallito.

Tornò al suo asciugamano passando davanti ai due amici che, nel frattempo, non avevano smesso di ammirarne le gesta.

“Ué giovane! Italiano? Sì? Eh, che tempaccio oggi, mattinata infruttuosa in mare né?”.

“Non direi proprio”, rispose Carlo mostrando il suo trofeo.

“Un sasso? Ossignore… Geologo?”.

“Vulcanologo per la precisione”, rispose Carlo.

Lo “spiegone” che seguì durò circa quaranta minuti.

In quel lasso di tempo Carlo illustrò come le rocce siano “magiche”, nel senso che ci parlano e raccontano storie dei tempi passati.

Tutte le pietre hanno una storia da raccontare.

Alcune sono arrivate dallo spazio, altre sono nate in fondo al mare ed ora sono in cima alle montagne, altre ancora sono nate dal fuoco dei vulcani, etc…”.

“Insomma”, si congedò Carlo, “c’è una storia per ogni pietra. Se volete saperne di più potete visitare il mio blog. L’indirizzo lo trovate sulla mia pagina dell’università. Adios!”.

“Adios!”, risposero in coro i due amici.

“Ué Gianni, hai sentito? Le pietre parlano”.

“A quanto pare…”.

“Chissà cosa dice quella roccia. E quella? E quella? E quella?”.

“Senti Mario, facciamo un bel mestiere, andiamo a berci un gin tonic al bar dell’albergo. Ero venuto qui per stare tranquillo, ma…”.

Gianni guardò la spiaggia rocciosa in cui si trovavano, “qui è pieno di chiacchieroni. Vamonos!”.

Sul fondo della tazza

“Angelo, Angelo, è successa una cosa di fuori!”.

Il barista fissò la cameriera con sguardo annoiato, mentre finiva di riporre le tazzine del caffè.

“Hai rovesciato qualcosa?”, domandò.

“No”.

“Hai sbagliato a prendere un’ordinazione?”.

“No”.

“Qualcuno si sta lamentando di qualcosa?”.

“No, ma…”.

“Allora non è successo niente”, concluse il barista sistemando le ultime tazzine.

“No, no, ascolta. Seduta qui fuori… c’è una veggente”.

“Una zingara? Mandala via, non vogliamo rogne”.

“No, non una zingara, è una ragazza normale, ma… penso sia in grado di vedere il futuro”.

“Martina, non te l’ho mai detto, te lo confesso ora. Anch’io sono in grado di prevedere il futuro. Prevedo che finiremo quanto prima di pulire i tavoli, i clienti di fuori tra poco finiranno di fare colazione. Noi raccatteremo tutto, laveremo le tazze i piatti e i piattini. Poi mi vedo preparare gli aperitivi per mezzogiorno”.

La ragazzina incrociò le braccia e sbuffò alzando gli occhi.

“E ti dirò di più”, proseguì il barista, “questo pomeriggio vedo che salirò sul furgone e andrò a fare la spesa, perché stasera è sabato sera e ci saranno almeno cinquanta persone che passeranno di qui a fare l’aperitivo. Poi dopo cena mi vedo distendermi sul divano a vedere la partita e andare a letto appena conclusa perché… vedo me stesso alzarmi alle quattro domani mattina per andare ad accendere il forno e preparare il pane e le brioche perché sarà domenica mattina e ci saranno altrettante persone che verranno a fare colazione. Mi vedo preparare caffè e cappuccini e vedo te che mi girerai intorno facendomi perdere tempo, proprio come ora”.

La ragazza lo fissò con lo sguardo corrucciato.

“Sto parlando seriamente”, disse, “prima sono uscita a prendere le ordinazioni e sono passata accanto al tavolino dov’è seduta la ragazza. Era immobile e fissava il fondo della tazza vuota con un’espressione a dir poco sconvolta! Pensai che doveva aver visto qualcosa di terribile. E stava fissando il fondo della tazza come fanno le maghe!”.

Il barista sospirò e buttò un’occhiata di fuori.
“E’ la ragazza seduta da sola al tavolino numero 2? Quella con la maglietta viola?”.

“E’ lilla, ma sì, è lei”, puntualizzò la ragazza.

“Ha mica preso un cappuccino? Da che ne so, per quanto non me ne importi nulla, il futuro mica lo leggono sul fondo delle tazze di thé? O erano di caffè?”.

“Entrambe”, rispose la cameriera, “ma magari da qualsiasi fondo, come facciamo a saperlo? In ogni caso era chiaramente disperata. Sono uscita poco dopo a portare le colazioni e mentre sparecchiavo e pulivo il tavolo dietro di lei la sentivo ripetere ‘A me… proprio a me. Perché proprio a me?’ . Mi sono voltata un attimo ed era ancora lì che fissava il fondo della tazza ripetendo quelle parole. Deve aver visto qualcosa di veramente terribile. Penso… penso addirittura la morte di qualcuno!”.

“Ohi, adesso datti una calmata!”, la rimproverò il padrone, “che cose dici?”.

“Ripeteva di continuo quella frase. Sono rientrata a portare il vassoio, poi sono uscita immediatamente. Le sono girata un po’ intorno per cercare di capire qualcosa di più. E l’ho sentita fare una telefonata. Deve aver chiamato il fidanzato, non lo so, comunque ripeteva ancora quella frase, ‘A me… proprio a me. Perché proprio a me?’. Sono rimasta a far finta di pulire un tavolino…”.

“In che senso a far finta?”, chiese il barista.

“No, lo stavo pulendo, ma ci stavo impiegando apposta più tempo per ascoltare un pò”.

“Ossignore”, mormorò l’altro.

“Insomma, mentre parlava alla fine l’ho sentita aggiungere ‘ho visto il suo cadavere. Era lì… rigido, stecchito‘. Cavolo, quello, più quello che ha detto prima, è ovvio che deve aver visto accadere qualcosa di terribile a qualcuno che conosce. Forse addirittura un parente. Oddio, non oso neppure immaginare lo shock!”.

Angelo stava mettendo a posto le posate, lo guardo era un po’ più corrucciato.

“Ma magari stava pensando ad altro”.

“Cosa?”.

“Non saprei, magari…”.

“Magari cosa?”, la ragazza alzò il tono mentre lo raggiungeva dietro il bancone, “fissava la tazza, era sconvolta, parlava da sola chiedendosi perché proprio a lei, ha chiamato qualcuno dicendogli di aver visto il cadavere di qualcuno, sempre fissando il fondo della tazza. È ovvio che ha visto il futuro di qualcuno, cos’altro, dài! Ossignore, eccola che arriva”, disse abbassando la voce, “guardala, guarda che faccia ha. Poverina, non riesco neppure ad immaginare cosa stia passando”.

Il barista si spostò alla cassa, raggiunto dalla ragazza e seguito dalla cameriera.

“Tutto… tutto bene?”, domandò Angelo con voce incerta.

“Insomma”, rispose la cliente, senza alzare lo sguardo e cercando il portafogli nella borsetta.

“Sono… ecco. Ahi”, Martina aveva tirato una gomitata al capo, e con occhi sbarrati lo fissò e poi inclinò il capo verso la ragazza che nel frattempo aveva trovato il portamonete.

“Guardala, poverina”, sussurrò.

Il barista sopirò e, con lo sguardo basso disse alla giovane.

“Senti oggi… oggi la colazione è offerta. Era… sì insomma è offerta”.

“Grazie”, rispose la cliente, “beh insomma, ci sarebbe mancato altro. Un mosca così grossa nel cappuccio è veramente imperdonabile. Come avete fatto a non vederla? E mi è pure finita in bocca. Meno male che mi sono accorta e l’ho sputata. Oddio che schifo, mi viene ancora da vomitare. Attenzione che non l’ho tolta, mi faceva troppo senso”.

E se ne andò ancora mormorando: “Che schifo. A Me! Ma perché proprio a me…”.

Il barista era immobile con la tazza in mano a mezz’aria.

Dopo un momento, guardò la tazza e vide la mosca sul fondo.

“Beh, era bella grossa in effetti”, disse.

“Ecco dov’era finita quella mosca che continuava a rompere le scatole stamattina!”, esclamò la cameriera, “era veramente insopportabile. Ad un certo punto ho cominciato ad agitare lo straccio cercando di colpirla. Dovevi vedermi, sembravo un ninja”.

“Sì”, proseguì Angelo, “ora ti prevedo nuovamente il futuro. Vedo te che prendi questa tazza e fai sparire quella dannata mosca. Poi ti vedo togliere il grembiule, prendere il tuo motorino e andare in ferramenta a prendere la rete da mettere sulla porta per sostituire quella che hai rotto la scorsa settimana”.

“Che carattere”, rispose la ragazza, “non è mica colpa mia se l’hai montata su male ed è venuta giù praticamente appena l’ho presa dentro”.

“Martina. Se non vuoi che preveda qualcosa di più nefasto…”.

“Vado, vado ho capito. Mamma mia che carattere, uno non può proprio dire nien…”.

Lo straccio non la colpì in pieno viso grazie ai suoi riflessi che sono, quelli sì, una caratteristica prettamente umana di prevedere il futuro. Anticipare alcune azioni al fine di garantire la propria sopravvivenza. Vedendo lo sguardo arrabbiato sul viso del barista, il braccio che andava indietro e lo straccio appallottolato in mano, il suo cervello aveva attivato quell’adattamento evolutivo che chiamiamo causa-effetto. Viste delle premesse si anticipano gli effetti se questi possono essere nocivi per la nostra persona.

Per evitare ulteriori conseguenze, corse di fuori verso il motorino, ma non prima di aver lanciato a sua volta il grembiule verso il suo capo che, a contrario di lei, lo prese dritto in faccia.

Cosa coerente in effetti, in quanto lui non credeva alle veggenti.

Il gatto nel microscopio

L’universo è indeciso.

Questo è ciò che Luca Montini avrebbe dovuto rispondere al nipote quando questi gli chiese di spiegargli il paradosso del gatto di Schrödinger.

L’universo è indeciso.

Punto.

Il Dr. Montini invece si dilungò in un’interminabile e, soprattutto, inconcludente dissertazione sulla meccanica quantistica.

Paradosso di Einstein-Podolsky-Rosen, principio di sovrapposizione, stati quantici.

La spiegazione si concluse con un sudato e tremendamente imbarazzato Montini mentre il ragazzino aveva trovato rifugio, conforto e chiarezza nel suo smartphone.

Il povero Luca ci rimase particolarmente male perché aveva capito che il nipote non gli avrebbe domandato più nulla inerente alla fisica.

Molto più probabilmente, non gli avrebbe chiesto più nulla in generale.

E di questo rimase un poco rammaricato perché, tutto sommato, gli piaceva parlare di fisica e provava anche un certo piacere quando riusciva a far comprendere qualcosa di complicato a chi non era avvezzo.

Purtroppo non fu quello il caso.

C’è da dire che l’argomento non era affatto dei più semplici.

In sostanza, si tratta di un esperimento mentale (e già qui…) nell’ambito della meccanica quantistica. In questo esperimento un gatto rinchiuso in una scatola, potrebbe essere o meno vittima di avvelenamento a seconda che un atomo di una sostanza radioattiva sempre all’interno della scatola, si disintegri o meno azionando un dispositivo che va a rompere a sua volta, una fiala contenente del cianuro.

Dal momento che la meccanica quantistica considera la realtà in termini probabilistici, e dal momento che non possiamo sapere se l’atomo della sostanza radioattiva di disintegri o meno, finché non si aprirà la scatola, il gatto sarà, nel contempo, sia vivo che morto.

Il Dr. Montini anziché provare a spiegare il paradosso in questi termini si mise a snocciolare nomi complicatissimi e a scrivere complicate equazioni, senza riuscire a trovare una risposta più semplice.

Eppure, come sempre, quando meno ce lo si aspetta, l’universo è in grado di sbatterti in faccia la risposta che stavi cercando.
Ma non sempre nel modo in cui te la saresti aspettata.

Luca Montini vi incappò nella il Lunedì mattina, poco dopo essere arrivato al lavoro.

Doveva programmare un esperimento di lì ad un paio di settimane ed avrebbe dovuto utilizzare per una settimana intera il microscopio elettronico.

Cominciò quindi a chiedere ai colleghi del suo laboratorio se qualcuno di essi avrebbe dovuto utilizzare lo stesso strumento al fine di evitare sovrapposizioni.

Nessuno degli interpellati avrebbe avuto bisogno dello strumento, finché giunse a Filippo (Pippo) Vismara.

“Pippo, tra due settimane vorrei fare l’esperimento per il capo e mi servirà il microscopio elettronico per una settimana di fila. Te dovrai usarlo nelle prossime due settimane? Altrimenti lo prenoto e mi organizzo per avviare la sperimentazione la prossima settimana”.

Filippo Vismara si appoggiò allo schienale della sedia incrociando le braccia dietro la testa per stirarsi.

“Mmm… mah. In teoria non dovrebbe servirmi”.

“In teoria. In pratica?”.

“Mmm… no. Non penso”.

“In che senso non pensi?”.

“Non dovrebbe servirmi”.

“Lo saprai se ti servirà o meno. Devi fare diffrazioni?”.

“No”.

“Ok, allora posso prenotarlo io”.

“A meno che non mi chiedano di rifare le analisi per l’articolo che sto scrivendo”.

“Ok. Te l’hanno chiesto?”.

“No”.

“Allora prenoto io”.

“Boh…”.
“Boh, cosa?”.

“Non saprei. Cioè, se avessi dovuto rifarle in teoria me l’avrebbero detto”.

“Appunto”.

“Però cinque mesi fa a Gallieni, quello del piano di sopra, gliel’hanno detto all’ultimo”.

“E quindi?”.

“Eh non so”.

“Ok. Ma io cosa faccio? Ho un esperimento da programmare e non posso andare troppo in là. Il microscopio non serve a nessuno nelle prossime due settimane. E se te non hai nulla di definito, allora programmerei le mie attività”.

“Guarda, io ti direi di sì”.

“Ok”.

“Ma…”.

“Ma?”.

“Ma… non lo so. Se poi mi chiedono di rifare le analisi?”.

“Senti Pippo, mi serve per una settimana. Le analisi potrai farle dopo no?”.

“Per me si potrebbe fare così, certo. Però poi non so se il capo sarà d’accordo”.

“Ho capito. Ma, in questo momento, io ho un esperimento sicuro da fare e tu delle analisi che non sei sicuro di dover rifare. Direi che posso procedere io no?”.

“Mah… secondo me sì. Però se poi mi dovesse servire?”.

“Ma non ti serve ora no?”.

“Non al momento”.

“Ok, ma io devo prenotarlo nelle prossime settimane, non posso aspettare che tu sia sicuro per ogni momento fino a quando uscirà il tuo articolo”.

“Sì certo, lo capisco”.

“Quindi prenoto, perché a te non serve”.

“Non adesso. Però boh, potrebbe servirmi nelle prossime settimane”.

“Ma non lo sai!”.

“Non ora”.

“Quindi non ti serve”.

“Non ancora”.

“Senti, la conversazione sta assumendo toni grotteschi. Non può servirti e non servirti nello stesso tempo. Semplifichiamola portandola ad un sistema binario: 0 e 1.

0 = non ti serve il microscopio

1 = ti serve il microscopio

Domanda: ti serve il microscopio?”.

Il Dr. Vismara fissò il collega per interminabili secondi senza rispondere.

“Ti serve o non ti serve?”.

Tre settimane più tardi il Dr. Montini entrò in ufficio il Lunedì mattina, salutò i colleghi e andò alla sua postazione passando accanto a quella del collega Vismara che stava leggendo una rivista.

“Ehi Luca!”, lo chiamò quest’ultimo, “me l’hanno pubblicato! L’articolo! Grandi risultati al primo colpo! Che bomber che sono. Ah, il microscopio che mi chiedevi, non mi serve ovviamente”.

Poco dopo, Luca Montini incrociò nel corridoio il suo capo che, con un sorrisetto, gli domandò beffardo:
“Allora Montini, questo esperimento lo vogliamo far partire o siamo confidenti che le nostre ipotesi siano corrette per principio?”.

“Dottore, settimana prossima parto. Ho avuto un contrattempo col microscopio”.

“Cos’aveva?”.

“C’era un gatto sotto che non se ne voleva andare”.

Erwin Schrödinger (1933) – Fonte: Wikipedia

L’ingarbugliato mistero del corsello box

Il signor Angelo da qualche tempo era turbato.

Era turbato dal fatto che credeva di essersi trovato, suo malgrado, coinvolto in un mistero.

A dargli pensiero era il suo vicino di garage, un giovane che sapeva chiamarsi Luca e che, dalle poche parole che si erano scambiati di tanto in tanto, faceva il fisico di professione.

Non gli era ben chiaro di che genere di fisico si trattasse, se un insegnate di ginnastica o un istruttore in una palestra o uno di quelli che scrivono equazioni complicate per descrivere l’ovvio, come ad esempio: le cose cadono.

Il signor Angelo era in pensione da circa un anno, dopo che aveva lasciato ad un nipote la gestione della libreria che aveva aperto una ventina di anni prima.

Talvolta in settimana dava una mano al giovane, mentre il sabato lo teneva tutto per sé, per potersi finalmente dedicare ad una delle sue attività preferite e troppo spesso rilegata nei ritagli di tempo: fare la spesa al supermercato.

Ogni sabato pomeriggio, il signor Angelo si recava nel suo supermercato favorito e procedeva agli acquisti per la settimana successiva.

Era un uomo a cui piaceva avere tutto in ordine, dai libri sugli scaffali alle scatole di fagioli in dispensa.

Non c’era spazio per le stranezze e per le cose fuori posto nella sua vita.

Ed era proprio per questo motivo che la faccenda del vicino di garage lo indisponeva in tal modo.

Tutto aveva avuto inizio il mese precedente.

Il signor Angelo era appena rientrato dalla spesa e stava facendo avanti e indietro tra il suo box e la dispensa ben organizzata in cantina.

In questo modo, si ritrovò a passare più volte davanti al garage del vicino, il quale aveva la cler quasi totalmente abbassata, cosa che gli impediva di sbirciare all’interno.

Fatto sta che, mentre stava passandovi dinanzi di ritorno dalla cantina, udì la voce del vicino:

“Eccoci arrivati. Questa sarà la tua nuova casa. Ci divertiremo insieme, vedrai”.

Il signor Angelo rimase vagamente interdetto: il signor Luca aveva preso un animale da compagnia e lo lasciava in garage?

Dopo qualche giro, udì nuovamente: “la tua predecessora è stata fedele fino alla fine. Mi raccomando, hai una grossa eredità da portare avanti”.

Il signor Angelo rimase nuovamente di stucco.

Ma come? Il signor Luca aveva già avuto un altro animale domestico in box? Com’era possibile che non se ne fosse mai accorto? E poi, il regolamento condominiale consentiva di tenere animali domestici in garage? Avrebbe dovuto scrivere all’amministratore per accertarsene.

Per tutta la settimana successiva il signor Angelo non se ne preoccupò più.

Il suo unico pensiero era legato al fatto che il nipote aveva allestito una sezione dedicata ai libri di montagna, cosa che lui aveva sempre ritenuto inutile.

“Fidati zio, in questi ultimi anni un sacco di gente si è avvicinata alla montagna. Guide e libri di alpinismo stanno vendendo bene. Sento sempre più persone che ne parlano anche quando vado ad arrampicare. Ci parlo assieme così capisco quelli che sono i gusti, le preferenze, cosa la gente vuole ed intanto faccio anche un po’ di pubblicità alla libreria”.

Il sabato seguente, rientrato dalla spesa, il signor Angelo notò nuovamente la cler del vicino leggermente alzata e gli tornò alla mente l’episodio della settimana precedente.

Passando davanti al garage del signor Luca rallentò quindi un poco in maniera da poter ascoltare meglio.

“Bravissima, brava. Abbiamo fatto un ottimo lavoro oggi né? Ti sei divertita? Bravissima, sei così elastica”.

Il signor Angelo sobbalzò.

Sei così elastica. Ci siamo divertiti.

Cosa voleva dire?

Il rumore di una cler che si alzava alle sue spalle lo fece sobbalzare e si diresse di corsa in cantina per evitare di essere visto indugiare troppo fuori da un garage altrui, col rischio di essere etichettato come uno spione.

Quella settimana, tuttavia, continuò a pensare a quelle frasi enigmatiche ed aspettò con impazienza il sabato seguente.

Giunto il fine settimana, fece in fretta la spesa (fatto decisamente insolito per i suoi standard qualitativi), sistemò tutto rapidamente nella dispensa (altro fatto decisamente straordinario), quindi fece ritorno nel suo box fingendo di metterlo in ordine.

Erano all’incirca le 18.30 quando sentì il vicino arrivare in macchina. Tese le orecchie e appena lo sentì parlare, uscì adottando una furbizia che aveva escogitato al fine di evitare di passare per uno che non si sa fare gli affari propri.

Con in mano una scopa finse di pulire l’ingresso del proprio box.

Nel frattempo le orecchie erano protese verso quello di fianco.

“Ma che cavolo”, sentì lamentarsi il vicino, “che cavolo avevi oggi? Eri tutta agitata, continuavi a farti su, ti tiravo e non volevi saperne di venire. Non collaboravi, facevi i dispetti. Non ci siamo, non ci siamo proprio se andiamo avanti così”.

Il tranquillo spirito borghese del signor Angelo fu messo a dura prova.

Che toni, pensò, cosa gli avrà mai fatto quella creatura?

E lui, cosa poteva fare?

Avrebbe dovuto intervenire in qualche modo.

Ma come?

Quella sera a cena si confidò con la moglie, la quale gli rispose:
“Lascia stare quel giovanotto. È sempre impegnato col lavoro, lascialo tranquillo. Piuttosto, trovati te qualcosa da fare: entra nella protezione civile, sei in pensione, basta pensare solo alla spesa e ai libri che prende Carlo per la libreria”.

“Sì cara, ma quelle frasi”.

“Usa la testa, cosa pensi che abbia, una ragazza rinchiusa in garage?”.

Ecco, a quella opzione, ancor più inquietante, non aveva pensato.
Sei così elastica.

Ci siamo divertiti.

La tua predecessora è stata fedele fino alla fine.

Ossignore, la situazione andava facendosi sempre più intricata e con sfumature noir.

Come poteva lasciar perdere?

Un uomo integerrimo come lui, che aveva sempre pagato le tasse e che una volta, dopo aver regalato un libro ad un bambino, si pagò il volume, emettendosi regolare scontrino.

Lui, proprio lui, non poteva lasciar correre un simile… intrigo.

Decise di raccogliere nuove prove, perciò il sabato successivo si organizzò in modo da prendersi più tempo per stare fuori dal box del vicino ad origliare.

In genere il sabato pomeriggio il signor Luca rientrava a partire dalle 18, a quell’ora quindi mise in atto il piano che aveva studiato per tutta la settimana. Fece avanti e indietro tra box e cantina come se stesse riorganizzando il garage (cosa che faceva regolamentare due volte l’anno, ad aprile e ad ottobre), sperando che il fatto di essere a settembre non risultasse sospetto agli altri condomini.

Nel suo andirivieni, fece ad un tratto cadere una bottiglia di vermentino davanti al box del vicino.

La bottiglia era in realtà riempita d’acqua, a simulare il vermentino, ma in tal modo avrebbe avuto la scusa di mettersi a pulire con lo straccio, ma senza il fastidio dell’appiccicaticcio.

Sono un genio, pensò il signor Angelo, tutte quelle letture di Agatha Christie non sono state vane. Ho proprio lo spirito dell’investigatore dilettante.

Per rendere più credibile la messinscena esclamò anche un fin troppo teatrale: “oh no! Il vermentino. Con quello che mi è costato!”.

Senza indugiare oltre prese secchio e spazzolone e si nascose nel locale immondizia a riempire d’acqua il catino.

Lì rimase rintanato spiando il corsello box ogni qual volta sentiva arrivare un’auto, finché non rientrò anche il vicino. Attese fino a quando non lo vide entrare in box e socchiudere la cler, al che si precipitò a pulire con acqua l’acqua versata sul pavimento.

Quello che udì gli fece accapponare la pelle:

“Ci hai quasi fatti ammazzare oggi! Sotto il temporale e te che non ne volevi sapere si stare in ordine. Tutta arricciata, tutta contorta, ogni volta che cercavo di buttarti giù, te lì che ti ribellavi. Dovrei tagliarti a pezzi, saresti certamente più utile”.

Il signor Angelo era pietrificato.

Rimase immobile, con in mano lo spazzolone con cui stava lavando l’acqua.

D’un tratto si riprese e corse nel suo box.

Che faccio?, pensò, che fare? Devo avvisare qualcuno, quella creatura è in pericolo. Devo avvisare l’Enpa… o i carabinieri? Oh, che pasticcio!

Rientrò in casa per cena dove trovò ad attenderlo la moglie ed il nipote.

“Angelo, finalmente sei risalito, guarda, Carlo ha portato una bottiglia per festeggiare il suo primo anno di gestione della libreria: sta andando benissimo”.

“Più 5% rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno. E la sezione montagna sta tirando moltissimo”.

“Angelo, che hai? Sei pallidissimo. Carlo, forza, apri quella bottiglia che ce n’è bisogno”.

“Luisa, non hai idea di cosa ho sentito fuori dal box del Montini”.

“Ancora con questa storia? Angelo, hai stufato”.

“Ha detto che l’avrebbe fatta a pezzi, che sarebbe stata più utile”.

“Cosa, la corda?”, domandò il nipote, “eh sì, a volte fanno davvero dannare, sì”.

“Sì, proprio quella”, confermò la signora Luisa.

“Corda? Quale corda?”.

“Angelo. Perché anziché impicciarti degli affari degli altri e farti trame nella testa manco fossero un romanzo della signora Christie, non provi a parlare un po’ insieme alle persone? Se ti fossi fermato a fare quattro chiacchiere con il signor Luca, ad esempio con un cortese ‘Come sta?’, ti avrebbe tenuto lì a parlare prima del lavoro e poi di quanto è contento di aver ripreso ad andare in montagna a scalare. E ti avrebbe fatto vedere la nuova parete in legno che ha messo in box per organizzare tutto il materiale che usa. E ti avrebbe mostrato anche la nuova corda che ha preso da poco”.

“Ha detto che l’avrebbe fatta a pezzi, che sarebbe stata più utile”.

“Ci avrebbe fatto dei cordini. Sì, ragionevole”, disse il nipote.

Il signor Angelo fissò sbalordito prima il nipote poi la moglie.

“Tu sapevi tutto e non mi hai detto nulla”.

“Ti ho detto di non impicciarti e di trovarti qualcosa da fare”.

“Ma scusate, non può essere, parlava con una corda?”.

“La corda è la tua migliore amica quando sei in parete”, rispose il nipote, “ci parli eccome. E lei risponde”.

Il signor Angelo fissò il nipote come fosse matto e chiedendosi se avesse fatto bene a lasciargli la sua libreria.

“In che senso… risponde?”.

“Ti racconta cosa sta succedendo alla cordata. Alcune volte capita che i due scalatori non riescano a vedersi. Con la corda si mandano quindi dei segnali e, attraverso degli strattoni, si dice quando si può liberare la corda e quando il compagno può cominciare a scalare. La corda poi racconta allo scalatore in sosta cosa sta facendo il compagno. Attraverso le vibrazioni sussurra ai polpastrelli di chi l’ha in mano, raccontandogli se il compagno sta salendo tranquillo, se è in difficoltà, se è caduto, se sta riposando”.

“Robe da matti”, disse il signor Angelo.

“Saresti dovuto andare con mio fratello quando te lo aveva proposto. Ma tu no, c’è la libreria. Come vedi, il mondo è pieno di storie e a raccontarle non sono solo i libri. Carlo su, apri quella bottiglia ora. Ti fermi a cena vero?”.

Il sabato seguente il signor Angelo stava scaricando la spesa quando sentì arrivare il vicino.

Ormai per abitudine, si scoprì con l’orecchio teso, in ascolto.

“Sei stata bravissima. Mi hai veramente salvato le chiappe oggi. Sapevo che quella scaglietta per il piede non avrebbe tenuto, ma non trovavo altro e mi ci sono appoggiato ugualmente”.

“Buonasera signor Montini”.

“Ah, buonasera signor Mondonico. Come sta?”.

“Non mi lamento”, rispose il signor Angelo dal corsello box, “lei?”.

“Tutto bene, dài. Il sabato va sempre bene”.

“E’ andato da qualche parte?”.

“Sono andato a scalare in Valsassina. Ma prego, aspetti che la faccio entrare”.

Il signor Angelo ebbe così modo di vedere la famosa parete. Era piena di cordini, moschettoni, c’era un martello, dei chiodi e degli attrezzi che non aveva idea di cosa fossero. E la famosa corda era lì in terra srotolata.

“Mi scusi, nel frattempo finisco di fare su la corda”.

“Prego, faccia pure. E’ molto che l’ha presa?”.

“Un mesetto circa. La piccolina mi dà un sacco di pensieri”, rispose ridendo Luca.

“Ah. Ne parla come se avesse un’anima”.

“Ce l’ha infatti. E non parlo dell’anima che sta racchiusa dentro alla calza, i filamenti che ne costituiscono il cuore. No, le corde hanno un’anima che va ben oltre la struttura poliammidica, ne sono convito. Si divertono, sono delle giocherellone e talvolta anche un po’ dispettose.

Pensi, un paio di settimane fa stavo preparando una calata e questa qua non ne voleva sapere. Continuava ad aggrovigliarsi, e certamente lo fa di proposito, a formare tanti nodi, alcuni poi che si direbbero impossibili da realizzare senza la volontà di farlo e che si troverebbero degnamente rappresentati tra le pagine più ostiche di un manuale di topologia.

Quanto le ho urlato dietro.

La scorsa settimana io e il mio compagno di scalate siamo stati sorpresi da un temporale. O meglio, il temporale era previsto, ma noi siamo partiti ugualmente pensando di essere più veloci ed avere più tempo. Morale, ci siamo ritrovati sotto una pioggia che era quasi grandine, con la corda che non ne voleva sapere di stare in ordine e con ancora un paio di calate da fare. Siamo arrivati giù inzuppati come non mai. Quella sera avevo quasi pensato di tagliarla per fare dei cordini”.

“Ma pensi”, commentò a caso il signor Angelo.

“Già. Eppure oggi mi ha salvato il culo, mi perdoni il termine”.

“Ah si?”.

“Eh già. Ha ceduto un appoggio ed ho fatto un volo di sei metri. La corda però è ancora bella elastica ed ha tenuto benissimo la caduta. A parte qualche graffio, non mi sono fatto niente”.

Il signor Angelo non poteva neppure immaginare cosa potesse voler dire cadere da una montagna per sei metri e rimanere appeso ad una corda.

Però era incuriosito, quella storia delle corde che raccontano storie lo aveva in un certo qual modo affascinato.

“Bisogna fare dei corsi per andare a scalare?”, chiese.

“Signor Angelo, non è e piacerebbe provare una volta? Settimana prossima il mio amico è impegnato e se vuole posso portarla a fare qualcosa di facile, giusto per provare”.

“Oh, la ringrazio, ma non so se posso. Ci sarebbe la spesa da fare e…”.

“Angelo, dove sei?”.

“Luisa sono nel box del signor Montini”.

“Oh, buonasera Luca. Ha fatto una bella gita oggi?”.
“Buonasera, signora. Sì, la ringrazio. Mi sono appena permesso di invitare suo marito per una scalata facile il prossimo sabato”.

“Angelo, ma che bella idea. Perché non vai?”.

“Ma… Luisa. La spesa, le pulizie”.

“Angelo, siamo a casa in pensione. La spesa direi che potremmo anche farla di venerdì, che dici? Secondo me dovresti andare, un’uscita in montagna non può che farti bene”.

“Allora è deciso”, disse Luca.

“Allora… va bene!”, risposte il signor Angelo.

“Ottimo, ora vieni su che è pronto. Buonasera Luca”.

“Buonasera e buon appetito”.

Mentre uscivano dal box la signora Luisa si volò e fece un occhiolino a Luca, il quale rispose con un pollice alzato ed un sorriso.

“Hai sentito?”, disse poi alla corda, “comportati bene sabato prossimo, che abbiamo un ospite”.

I nani

“Ragazzo! Ragazzo, vieni qui!”.

Il garzone accorse immediatamente.

“Eccomi. Ditemi”.

Il vecchio lo fissò intensamente, lisciandosi la barba bianca con la mano rugosa.

“E’ stato qui il signor Philippe. Mi ha chiesto di realizzargli un’opera. Una scultura lignea. Liberamente, secondo la mia ispirazione”.

“Maestro, è meraviglioso. Cosa pensate di fargli?”.

“Nulla”, rispose il vecchio, “gli ho detto che non ho tempo per dedicarmi all’arte. Ho dei mobili da finire, per non parlare dell’armadio della sagrestia. È troppo tempo che ci sto lavorando. Gli ho detto allora ‘Signore, lasciate che vi realizzi qualcosa il ragazzo. È giovane e quindi pieno di fantasia. Veglierò personalmente sulla realizzazione’”.

Il volto del garzone si illuminò.

Lo sguardo del falegname si fece ancora più duro e riprese:

“Il signor Philippe mi ha risposto di tutto punto ‘mio buon amico, se il ragazzo ha appreso anche solo la metà della vostra arte, non posso che essere felice. Avrò un’opera prima’”.

“Ma… quindi potrò?”.

Il giovane fino a quel momento aveva assistito il vecchio artigiano sgrossandogli i pezzi di legno e solo ultimamente aveva cominciato a ripassare qualche finitura.

Un’opera tutta sua, per il signor Philippe poi, il commerciante più ricco del villaggio, era un sogno che andava oltre ogni sua fantasia.

“Farai tutto da solo”, proseguì il vecchio, “comincerai procurandoti la legna. Io vigilerò sui tuoi progressi. Ti permetterò di usare tutti i miei attrezzi. Bada bene però a non far figure”.

E se ne tornò alla cassapanca che stava intagliando.

Il ragazzo era entusiasta.

Un lavoro tutto suo, un’opera poi, un’opera d’arte.

Era un sogno, un sogno che stava divenendo realtà.

Ma cosa fare?

La testa cominciò a riempirsi di idee, progetti, intuizioni.

Doveva però procurarsi anche la legna.

Non stava più nella pelle.

Si tolse gli zoccoli in legno e si infilò gli scarponi.

“Dove vai?”, chiese il vecchio.

“Vado a prendere la legna per il lavoro del signor Philippe”, rispose il ragazzo mentre metteva l’ascia nel sacco.

Il vecchio grugnì.

Sul ripido sentiero fangoso che saliva per la montagna il garzone continuava a pensare a mille e più sculture che avrebbe potuto realizzare.

Che albero scegliere poi?

Su questo non aveva dubbi: una betulla sarebbe stata magnifica.

Si diresse verso nord dove si trovavano i boschi di betulle, finché non cominciò ad intravederne i rossi cespugli.

Le betulle lo affascinavano.

Erano arbusti che nascevano rossi, come fossero ancora sporchi di sangue dopo essere stati partoriti dalla terra.

Poi la corteccia andava a formarsi e lentamente sbiancavano fino a divenire immacolati.

Il ragazzo vide ad un tratto un albero abbattuto dalla tempesta dei giorno precedenti.

Qualche colpo d’ascia e mise nel sacco alcuni pezzi di legno.

Tutto soddisfatto si riavviò verso la bottega.

Una volta giuntovi, mise i legni ad asciugare e rientrò a riprendere il suo lavoro.

Passate un paio di settimane recuperò i suoi legni.

Erano asciutti e pronti per essere lavorati.

Cominciò immediatamente ad intagliarli grossolanamente.

Aveva deciso di realizzare una grande porta-pipa da esposizione.

Sapeva che il signor Philippe amava fumare ed una pipa scolpita nella betulla sarebbe certamente stata di suo gradimento.

Il legno da intagliare è sempre duro, si batte col martello, si batte, si batte e sembra che non venga via nulla, poi, basta un colpo più deciso e salta via più del necessario.

Il problema con la pipa sarebbe stato realizzare il camino, ma ci avrebbe pensato sul momento.

“Ragazzo!”, gridò il falegname, “devi finire di preparare le tavole per la credenza del curato. Sbrigati, sono tre giorni che te lo dico. Dobbiamo consegnare tra tre settimane”.

Per due giorni il ragazzo non lavorò alla sua opera.

Quando la riprese in mano decise di intagliare ulteriormente il legno per ottenere una silhouette più fine.

Qualche colpetto ed il legno veniva via come niente.

“Che fortuna”, pensò, “si riesce a lavorare molto meglio. Devo aver tolto la parte più dura. Ora sarà un gioco da ragazzi”.

Guardò soddisfatto quanto fatto.

“Bene, molto bene. Proprio come la immaginavo. Peccato solo per questi piccoli buchini.

Continuò a scalpellare per un’ora quando all’improvviso notò qualcosa di strano.

Avvicinò il pezzo si legno al viso e strinse gli occhi per mettere meglio a fuoco.

“Ma cosa?”, disse ad alta voce, “no!”.

Un paio di formiche si trovavano sul legno.

Le soffiò via.

Poi osservò ancora.

Ne comparve un’altra.

Poi un’altra ancora.

“Ma da dove sbucano dannazione”.

Il ragazzo le soffiò via nuovamente ed ecco, l’illuminazione.

Andò a prendere la lente del vecchio e si mise ad osservare il legno.

Si soffermò sui minuscoli buchi che aveva notato poc’anzi.

Non poteva credere ai suoi occhi.

Gallerie.

Gallerie scavate nel legno.

Vide uscire altre formiche, ma in quel momento non provava più l’irritazione di poco prima.

Era, in un certo qual modo, affascinato.

Quei minuscoli esserini avevano realizzato delle gallerie in un ramo.

Quante potevano essere e quante formiche potevano ospitare?

E se tutte quelle si trovavano in un solo pezzo di ramo, chissà quante altre potevano essercene in un albero intero.

Quanti metri di tunnel o forse anche più?

Gallerie scavate morso dopo morso fin dentro il ventre del legno.

“Nani”, sussurrò il garzone, “i vecchi dicono che gli scoiattoli sono gli ultimi folletti. Nelle formiche forse alberga lo spirito dei nani”.

Meditò poi stupito sul fatto che in un pezzo di legno morto da tempo potesse ancora albergare così tanta vita”.

“Che stai combinando?”.

Il ragazzo sussultò.

“Ecco… il ramo… formiche”.

Il vecchio prese in mano il legno.

“Pieno di formiche. Bravo. Tutto da rifare. È pieno di buchi. Testone, non hai imparato nulla né? Andare a fare legna dopo la pioggia. Gli insetti cercano riparo e il legno è più morbido da mordere, così lavorano meglio”.

“E’ un lavoro incredibile”, sfuggì al garzone, che abbassò lo sguardo arrossendo.

“Vero”, ammise il vecchio.

Poi guardò il ragazzo.

“Sei tonto ma, per compensare, hai l’animo di un poeta. Prendi uno dei miei legni. Usa uno di quelli per il tuo lavoro. Vedi di muoverti che non puoi fare aspettare il tuo committente per degli anni”.

“Sì maestro”.

“E poi, andrai a prendere altra legna al posto che di quella che ti ho prestato”.

“Sì”.

“Prima però finisci il tuo lavoro. Stava venendo bene quella pipa. Una bella idea”, disse il falegname con un leggero sorriso sotto la folta barba.

Il garzone si illuminò e di corsa andò a recuperare un ciocco di radica.

Andata e ritorno

Agosto 1962

Sei scalatori raggiungono la cima dell’Eiger salendo per la temutissima parete nord.

E’ la prima volta per degli italiani.

L’Eiger, l’Orco, è stato sconfitto!

Sì, sconfitto, perché quei sei alpinisti con la loro ascesa ne hanno sfatato il triste mito di montagna divoratrice di uomini.

E’ una storia di coraggio, tenacia, avventura, ma soprattutto di amicizia, quella che ha visto due cordate incontrarsi per caso sulla medesima parete e decidere di affrontarla insieme.

Perché, come nelle fiabe, gli Orchi si affrontano meglio se si è tra amici.

Maggiori informazioni su: https://chiesadiolgiate.com/1962-2022-60-anni-dalla-prima-italia-della-nord-delleiger/

Il gheppio

Magia e scienza, realtà e fantasia si mescolano questa sera in un racconto che è un grande grazie rivolto a Terry Pratchett.

Auguri Pterry!

Il gheppio

La magia esiste.

Non sappiamo ancora con precisione come sia entrata nel nostro universo, anche se vi sono diverse ipotesi a riguardo.

La più plausibile ritiene che, al momento del Big Bang, una particella di magia sia riuscita ad intrufolarsi nel neonato universo e successivamente, a causa dell’immenso calore primordiale, si sia in qualche modo fusa con alcune particelle della nostra realtà.

Sta di fatto che la magia nel nostro mondo non è pura e, nonostante tendenzialmente preferisca starsene appartata, talvolta si rende manifesta e lo fa attraverso la natura, permeando determinati luoghi o animali.


Un esempio è il gheppio.

Il gheppio è un piccolo falconide dal piumaggio grigio e castano punteggiato di nero.

Prima di proseguire, ritengo sia però opportuno fare una brevissima precisazione su cosa sia la magia, in quanto intorno ad essa vi sono numerose ed inopportune dicerie.

L’universo in cui viviamo è costituito da una trama (o tessuto) di realtà, costruita su precise regole fisiche, matematiche, chimiche e biologiche.

La magia altro non è che l’occasionale e circoscritta rottura della trama della realtà, ovvero, l’infrangersi di una o più di queste regole.

Ritorniamo quindi al nostro falconide.

Se ci concentriamo e pensiamo al volo degli uccelli, tendenzialmente rivedremo, nella nostra mente, un volatile attraversare il nostro campo visivo più o meno in linea retta.

Considerato il nostro campo visivo, o parte di esso, possiamo dire che un uccello in volo passa da un punto A ad un punto B in un determinato tempo.

Il rapporto tra spazio e tempo ci fornisce la velocità alla quale quel determinato uccello sta volando.

La velocità è una grandezza fisica ed, in quanto tale, è valida in qualsiasi parte dell’universo.

Anche nella più lontana delle galassie un oggetto che si muoverà da A a B percorrerà un determinato spazio ed il tempo che impiegherà ci dirà la sua velocità.

A meno che la magia non ci metta lo zampino.

Un caso evidente è appunto quello del gheppio e lo scoprì a proprie spese il giovane Mario mentre, con la sua reflex, vagabondava per i campi dietro casa in cerca di qualcosa di interessante da fotografare.

Camminava spedito, aveva fatto qualche scatto di cui non era molto soddisfatto, tra i quali uno ad un ciclista intento a cambiare la camera d’aria della mountain bike e che l’aveva pure guardato in cagnesco.

Mario era un poco amareggiato in quanto aveva deciso di partecipare ad un concorso indetto dal gruppo fotografico del suo paese, ma sentiva di non aver ancora trovato la sua fotografia, che avrebbe dovuto consegnare di lì ad una settimana.

Aveva appena superato una coppietta che camminava lentamente tenendosi per mano quando il clacson di un camion dall’autostrada lì vicina lo ridestò dai suoi pensieri.

Tirò fuori il cellulare per controllare l’ora: erano le 18.20 e alle 18.30 doveva rientrare a casa a prepararsi per la cena di compleanno dell’amico Fulvio.

Tuttavia voleva approfittare fino all’ultimo della luce meravigliosa che c’era quel giorno.

Alzò lo sguardo e vide a qualche metro di distanza un gheppio appollaiato sul ramo di un albero.

Non aveva la benché minima idea di che uccello fosse, ma era attratto dal quel piumaggio così caratteristico.

Prese la reflex e cominciò ad avvicinarsi.

Il gheppio ruotò la testa in direzione di Mario, ma non sembrava affatto intimorito dalla sua presenza e dal fatto che si stesse furtivamente avvicinando.

Mario continuava ad avvicinarsi fino a quando non accadde qualcosa di… beh, magico appunto.

Il gheppio spiccò il volo e dopo qualche metro… si fermò… in volo.

Continuava a sbattere le ali, ma senza muoversi.

Mario si arrestò a sua volta.

Non riusciva a credere a quanto stava osservando: un uccello… fermo in volo.

Rimase immobile ed incredulo ad osservare il volatile sospeso in aria fino a quando quello riprese a muoversi volando via verso un boschetto lì vicino.

Mario si scoprì con la reflex a mezz’aria senza aver scattato neppure una foto.

Guardò l’ora: le 18.25.

Caspita, era già tempo di rientrare a casa.

Senza accorgersene era rimasto per cinque minuti a fissare il piccolo rapace immobile nel suo non-volo.

Si voltò per tornare a casa e vide che la coppietta si trovava ancora dove l’aveva superata ed aveva appena ripreso a passeggiare.

Ecco la magia di cui il gheppio è portatore.

Agisce su una grandezza fisica, la velocità, dalla quale toglie lo spazio lasciandovi solamente il tempo.

Il tempo scorre, ma il gheppio in volo non percorre distanza alcuna.

E la magia si propaga, andando ad incantare anche chi si trova nelle vicinanze.

Mario stava avanzando verso il gheppio quando si ritrovò immobile.

Trascorsero cinque minuti senza che lui se ne accorgesse e senza percorrere neppure mezzo metro.

Lo stesso avvenne con la coppietta dietro di lui.

Stavano tranquillamente conversando e sussurrandosi dolci parole quando videro Mario immobile a fissare qualcosa per aria.

Si fermarono anch’essi cercando di capire cosa poteva aver attratto a tal punto l’attenzione del ragazzo quando videro il gheppio.

E caddero così vittime dello stupore e dell’incanto dinanzi all’uccello che vola senza volare e si ridestarono solamente quando questi si allontanò con due rapidi battiti d’ala.

Ripresero quindi anch’essi a camminare chiedendosi l’un l’altra che razza di animale potesse essere, quando vennero superati dal ciclista che avevano incrociato poco prima.

Poco dopo salutarono Mario mentre rientrava a casa con in viso un’espressione indefinita tra lo stupore e la curiosità.

Come accennato poc’anzi la magia nel nostro universo non è pura, in quanto è legata alla nostra realtà.

Per quanto quindi la sua presenza comporti la rottura di una legge di natura, sia essa fisica o di altro genere, anch’essa ne rimane in qualche modo influenzata.

Prendiamo sempre l’esempio del gheppio e del giovane Mario.

La magia del rapace andò ad influenzare il ragazzo che si trovava lì vicino, dopodiché raggiunse anche i giovani innamorati che erano rimasti più indietro.

Il ciclista venne solo vagamente incantato, in quanto, vedendo i giovani immobili, pensò solamente: “cazzo guardano?”.

La magia non non ebbe invece effetto alcuno su Guido il camionista, che continuava a suonare alla panda che gli stava davanti e che procedeva ad una velocità fastidiosamente ridotta.

Possiamo quindi affermare con un certo grado di certezza che nel nostro mondo la magia subisce gli stessi effetti di altri fenomeni fisici, quali ad esempio il suono: decade con la distanza.

Questo probabilmente a causa del mezzo nel quale si propaga.

Nell’aria può avere effetto per decine di metri, in acqua non lo sappiamo, ma considerata la differenza di densità, possiamo presumere che l’incanto decada dopo pochi metri.

Si suppone inoltre che l’incantesimo del gheppio abbia un effetto vagamente gravitazionale, in quanto attira su di sé gli sguardi delle persone.

Questo spiegherebbe anche perché il ciclista, nonostante la relativa vicinanza, non sia caduto vittima dell’incanto.

Muovendosi a velocità superiore rispetto ai ragazzi a piedi, non risentì infatti dell’effetto gravitazionale dell’incantesimo, allo stesso modo in cui un corpo celeste, raggiunta la sua velocità di fuga, non risente del campo gravitazionale di un pianeta cui passa nelle vicinanze.

Possiamo ritenerci fortunati a non abitare in un universo di pura magia, in quanto in quel luogo gli incantesimi non decadrebbero, ma continuerebbero a propagarsi indefinitamente e non possiamo neppure immaginare che confusione vi sarebbe.

Probabilmente non esiste neppure nessuno che lo possa testimoniare, dato che in un universo del genere la vita non potrebbe esistere.

Magia e caos non sono compatibili con la vita, che invece richiede un certo grado di ordine.

Ma, fortunatamente, non viviamo neppure in un universo di solo ordine: che gran noia sarebbe. Ringraziamo quindi per quel pizzico di magia che ogni tanto, nelle giuste dosi, ci scombussola le giornate.

Terry Pratchett (28 aprile 1948 – 12 marzo 2015) – Fonte: LaPresse

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