Claudio Marangon entrò in chiesa, erano un bel po’ di anni che non vi metteva piede, e si guardò intorno alla ricerca delle – come le chiamava lui, non ricordandosi il nome corretto benché assolutamente intuitivo – postazioni in cui i preti si fanno gli affari delle altre persone.
A lui la confessione era sempre sembrata una cosa non troppo utile, anzitutto in quanto non capiva il motivo per il quale il buon Dio non avrebbe potuto perdonarlo direttamente, ma doveva farlo per interposta persona.
E la moglie aveva rinunciato al tentativo di fargli cambiare idea, dopo che l’ultima volta che l’aveva convinto a confessarsi era riuscita a fermarlo giusto in tempo, prima che lui entrasse nel confessionale (questo il vero nome delle postazioni in cui i preti si fanno gli affari delle altre persone) con un modulo per il trattamento della privacy da far firmare al sacerdote.
Eppure, quel giorno, Claudio aveva necessariamente bisogno di parlare con qualcuno e, in fin dei conti, un sacerdote gli risultava la persona più adatta allo scopo.
In fondo sua moglie, che peraltro era proprio la causa per la quale si trovava lì in quel momento, ogni volta che tornava a casa dopo essersi confessata sembrava sempre più rilassata e serena.
E, per il discorso privacy, aveva riflettuto sul fatto che, probabilmente, nel contratto da sacerdote fosse incluso un “accordo di non divulgazione” da applicarsi a tutte le informazioni ricevute durante l’orario di lavoro.
Aggirandosi per la chiesa, Claudio trovò infine due confessionali in una nicchia sul lato destro della chiesa.
Uno era vuoto, l’altro occupato.
Se ne accorse, oltre che per il mormorio che proveniva dall’interno, anche per via di una lucina rossa che indicava la presenza di un penitente.
Si sedette e attese, non troppo pazientemente, il suo turno.
Continuava ad agitarsi sulla sedia, fissando insistentemente la lucina rossa sul confessionale, esattamente come un pilota di formula uno in attesa delle fatidiche luci verdi.
Per calmarsi, chiuse gli occhi e cercò di pensare ad altro.
“Quindi il mio defunto marito marito…”, dal confessionale udì la voce di una signora anziana che, per forza di cose, doveva essere la penitente.
“Oh cavolo”, pensò tra sé Claudio, che non aveva alcuna intenzione di esser messo a parte degli “affari” della signora.
Si sforzò quindi di pensare ad altro, ma, suo malgrado, si accorse che più si sforzava di non farvi caso e più si sentivano distintamente le parole provenire dall’interno del confessionale.
Stava per alzarsi ed uscire quando, fortunatamente, udì le caratteristiche frasi di rito del sacerdote “E io ti assolvo dai tuoi peccati, etc etc…”.
Claudio si sedette nuovamente e riprese quindi a concentrarsi sulla lucina rossa.
Ci vollero un altro paio di minuti buoni prima che la signora, che doveva essere ad occhio e croce sui novant’anni, uscisse dal confessionale, rivolgendogli un cenno di saluto accompagnato da un sorriso a tre denti.
“Beh, quantomeno sembrava essere sollevata”, pensò Claudio, “forse ho fatto bene a venire in chiesa”.
Attese che la lucina diventasse verde, al ché si precipitò nel confessionale.
Entrando, vide, con suo grande disappunto, che era presente un vetro di plexiglass al posto della cara vecchia grata, che aveva sempre apprezzato in quanto garantiva un certo qual grado di sicurezza ed anonimato.
Attraverso il plexiglass vide un prete anziano, in veste nera, con indosso sopra di essa un vecchio pile ed un piumino.
Claudio in effetti era entrato in chiesa tutto trafelato ed era quindi probabilmente ancora un po’ accaldato, mentre il sacerdote era lì fermo seduto da quanto tempo?
Il tempo, ecco l’altra ragione che l’aveva condotto lì.
“Buonasera”, disse lentamente il sacerdote mentre si massaggiava gli occhi con le mani rugose.
“Buonasera”, rispose Claudio in imbarazzo.
Vide che in un angolo del piccolo confessionale c’era una piccola seggiola di vimini, ma prima di sedersi, si accorse anche di un minuscolo inginocchiatoio e quindi, con molta difficoltà – essendo quasi due metri per novantacinque chili – si inginocchiò dicendo:
“Perdonatemi padre, perché sono caduto”.
L’anziano sacerdote si sporse lentamente verso il plexiglass.
“Vi siete fatto male?”, domandò.
“Come?”, rispose Claudio.
“Ho chiesto se vi siete fatto male”.
“No, perché?”.
“Avete detto di essere caduto”.
Ci fu un attimo di silenzio, dopodiché Claudio si rese conto del malinteso.
“Ah, no padre, perdonatemi, o meglio, scusatemi, ma mia moglie dice sempre che il peccato è come una caduta nel corso del cammino della vita e pensavo fosse il modo giusto per cominciare la confessione”.
“L’idea era buona”, disse sorridendo il prete, “ma si dice ‘perdonami, padre, perché ho peccato‘.
“Ah ecco! Sì questa la sapevo, ma pensavo che, siccome la dicono sempre nei film, non fosse proprio corretta nella forma, è per questo che ho preferito optare per la caduta”.
L’anziano sacerdote tornò ad appoggiarsi allo schienale della seggiola e, sempre sorridendo, disse:
“Non ti confessi spesso, ragazzo mio, dico bene?”.
“Eh, ha ragione padre, l’ultima volta sarà stata per il matrimonio, o forse mi sono confessato anche al primo Natale da sposati, così per dimostrare buona volontà a mia moglie. Quindi, insomma, non è che sappia bene cosa fare e come dire le cose”.
“Tranquillo, ragazzo, comincia tirandoti su e sedendoti su quella seggiola, così sarai un poco più comodo. E poi raccontami con calma perché hai sentito il bisogno di venire qui quest’oggi”.
Claudio, con lo sguardo basso, si sistemò più volte sulla sedia, poi cominciò a raccontare.
“Vedete, padre, oggi ho sbottato pesantemente con mia moglie”.
“Che avete fatto?”.
“Ho sbottato… mi sono arrabbiato parecchio con mia moglie. Però ora penso di essere stato troppo ingiusto, o meglio, non lo so e quindi non mi sento per nulla tranquillo ed ho sentito il bisogno di confrontarmi con qualcuno”.
“Va bene”, disse il sacerdote, “succede ed è normale che tra marito e moglie ci siano momenti di… vivaci scambi di opinione, diciamo. Però poi, se ci si vuol bene, e voi vi siete promessi di volervene sempre, ci si confronta e si passa oltre. Da quanto tempo siete sposati?”.
“Sono quasi cinque anni padre”.
“Ecco e saranno capitate altre discussioni in questi anni, suppongo, no?”.
“Sì padre, ma… a preoccuparmi è forse – e soprattutto – il motivo del nostro litigio”.
“Che sarebbe?”.
“I maghi, padre”.
L’anziano sacerdote si fece improvvisamente serio e si sistemò sulla sedia.
“Maghi, avete detto?”.
“Sì padre. Maghi, fattucchiere, stregoni, chiamateli come volete”, rispose Claudio, “lei li consulta ogni giorno”.
“Ogni giorno?”.
“Sì, ogni giorno. Si alza al mattino e mentre fa colazione li consulta sul cellulare. Alla televisione guarda sempre quelle previsioni che fanno durante i programmi, anche sul servizio pubblico, una cosa indegna. E poi legge sempre quelle sui giornali”.
“E voi, fortunatamente, non condividete questo suo atteggiamento”.
“Ma naturalmente non lo condivido. Io sono un biochimico, e sto prendendo una seconda laurea in informatica. Mio padre è un fisico, mio nonno è stato un geografo ed esploratore ed aveva persino accompagnato padre De Agostini durante uno dei suoi viaggi in Patagonia”.
“Addirittura”, disse il padre, sinceramente ammirato.
“Sì, e questo per dire che, per la mia famiglia, la misura del mondo è stata – ed è – un dovere ed una cosa tremendamente seria”.
“Ah lo so bene. Pure io, prima di entrare in seminario, mi sono occupato della medesima cosa. E posso comprendere il vostro rammarico per l’atteggiamento di vostra moglie”.
“No, non potete capire. Vederla sempre lì, a pendere dalle labbra e a dipendere dalle parole di quei ciarlatani, è una cosa che mi manda su tutte le furie. Impostare le proprie giornate in funzione delle parole di qualcun altro. È una cosa veramente triste. Ed io non so più come aiutarla. Voi cosa pensate in proposito? La chiesa che dice?”.
“La chiesa condanna la magia e la stregoneria, in quanto la fiducia nel buon Dio è sufficiente a permetterci di affrontare il futuro”.
“Ecco, vede? Ma a quanto pare per lei non è sufficiente ed oggi ci siamo dovuti fare quasi duecento chilometri per venire fin qui in Liguria per niente! Ed io che a casa avrei avuto un sacco di lavoro da fare per terminare un articolo che devo sottoporre a breve per una pubblicazione. Ed è sempre così, ogni weekend. Sente il parere di un mago e noi saltiamo su in macchina e partiamo. Como, Arenzano, Lecco, Biella, Rimini, Cervia. Noi saliamo in macchina e partiamo verso la destinazione indicata dal mago o dalla fattucchiera di turno”.
Il vecchio sacerdote aggrottò la fronte, si sistemò nuovamente sulla seggiola e domandò:
“E perché un mago avrebbe detto a tua moglie di venire da… di dove siete?”.
“Chiasso. Sopra Como”.
“Da Chiasso Sopracomo, siete dovuti venire in Liguria?”.
“Per il vento”, rispose lapidario – e con una punta di disprezzo – Claudio.
Il prelato si sistemò per l’ennesima volta sulla sedia.
“Non ho capito bene”, disse, “un mago le ha detto di venire in Liguria per il… vento? Ma per quale assurda ragione?”.
“Mia moglie è un’aquilonista. Adora gli aquiloni fin da quando era bambina e fa parte di un gruppo amatoriale di aquilonisti. Sono tutti dilettanti, ma quando i loro aquiloni sono in volo è uno spettacolo per gli occhi e per il cuore”.
Il prete lo fissò intensamente.
“Sì, anch’io apprezzo moltissimo chi sa far danzare in aria gli aquiloni, ma non capisco perché rivolgersi ad un mago per chiedere del vento. Non poteva sentire le previsioni del tempo di un meteorologo?”.
“Ma proprio quelle ha sentito! La previsione di un meteorolomago, come li chiamo io”.
Il prete rimase un attimo di stucco, dopodiché ribatté:
“Ma, perdonami figliolo, mi pare ci sia una bella differenza tra le previsioni del tempo e gli oroscopi dei maghi”.
“Per quel che mi riguarda assolutamente no. Per me la meteorologia non è una scienza, e a dimostrarlo è il fatto che non c’azzeccano sempre. Quanti viaggi, compreso quello di oggi, perché le previsioni danno ‘venti dai 15 ai 20 km/h‘ e poi, una volta arrivati, non si muove neanche una foglia!”.
Il prelato fissò Claudio con un’espressione di estremo disappunto.
“Prima di tutto”, disse, “la meteorologia è una scienza. Anzi, la si può intendere come la sintesi di alcune delle più deterministiche delle scienze esistenti: la matematica e la fisica. Che vengono utilizzate nello studio dell’atmosfera, applicandole all’aria e ai suoi movimenti e agli scambi di energia. Il fatto che ‘non c’azzecchi‘ quasi mai è dovuto alla complessità e dalla difficoltà di misurare le caratteristiche dell’atmosfera su tutta la superficie terrestre, compresi gli oceani e le superfici disabitate. Senza contare il fatto che lo spessore dell’atmosfera è di una trentina di chilometri. Inoltre, non abbiamo – e probabilmente non avremo mai – abbastanza potenza di calcolo per poter applicare le leggi fisiche a tutte le molecole d’aria e studiarne le dinamiche”.
Claudio rimase di stucco, immobile quasi a bocca aperta sulla fragile seggiola di vimini.
“Scusi”, disse, “ma lei…”.
“Sono sempre stato affascinato dalla meteorologia. Da ragazzo stavo persino per studiarla a livello accademico, ma poi il buon Dio ha voluto che mi interessassi dei Cieli in un’altra veste professionale. Ma la passione è rimasta. Uscendo dalla chiesa, dia un’occhiata sulla destra del piazzale: troverà una piccola centralina. È la stazione meteo che ho fatto installare io. Fa parte della rete di stazioni che forniscono dati per le previsioni su Liguria e parte della Toscana. E i dati, ti assicuro, sono tanti”.
“Io…”, mormorò Claudio.
“Tu dovresti essere fiero di tua moglie, che insegue il vento per inseguire la sua passione. Veder volare un’aquilone riscalda il cuore, l’hai detto te, ed io credo che sia una sacrosanta verità. Perché come ogni forma d’arte ci dona qualcosa che può renderci migliori. Perché ogni volta che una persona si emoziona, ha la possibilità di diventare una persona migliore. Ed il mondo, è fatto di persone”.
“Io”… balbettò Claudio.
“Dovresti ringraziare tua moglie, che così facendo, ogni fine settimana ti porta a fare dei bei giri, anche se poi non trovate vento, permettendoti di staccare un po’ la testa dal lavoro e dedicarti anche alla famiglia. Il lavoro e le pubblicazioni sono importanti, ma la famiglia lo è ancora di più”.
“Io… mi scusi. Non… avevo idea”.
“Ti perdono figliolo, ti perdono”, disse sorridendo nuovamente l’anziano prelato. E ora vai, che la moglie sarà in pensiero e ti starà aspettando”.
Claudio, si alzò lentamente dalla seggiola. Stava uscendo dal confessionale, quando sentì il sacerdote.
“E domani, ricordati di prendere l’ombrello, che deve piovere”.
Claudio si voltò abbozzando un sorriso.
“Lo sa da uno dei suoi modelli?”.
“No”, rispose il prete facendogli l’occhiolino, “ho una certa età io, quando cambia il tempo mi fanno male le ossa”.


